#JeSuisCharlie, dieci mesi dopo – II

Il recupero di Charlie Hebdo dopo gli attacchi apre nuove ferite tra il suo staff

Di Nicola Clark

(continua da qui)

Oltre alla violenza e alla luce dei riflettori, va considerato un altro tema spinoso: il denaro.

Sin dalla fondazione nel 1970, Charlie Hebdo ha avuto difficoltà economiche. Poiché è allergico a finanziamenti esterni e disprezza la pubblicità, per sopravvivere si affida sempre e solo ai suoi lettori. La bancarotta del 1981 ha causato la chiusura del giornale per dieci anni, fino alla riapertura nel 1992.

Negli ultimi anni i lettori erano in costante calo. Di fronte a perdite per circa 100mila euro, Charlie Hebdo ha fatto appello al pubblico con una campagna di donazioni a fine 2014, azione che il 31 dicembre – una settimana prima degli attacchi – ha quasi permesso di raggiungere il pareggio di bilancio.

Éric Portheault

«Vivevamo alla giornata» ricorda Portheault, 51 anni, che amministra le finanze di Charlie Hebdo dal 1997. «Poi è accaduto un miracolo finanziario perché dei bastardi hanno fatto fuori i nostri amici».

Per un giornale delle dimensioni di Charlie Hebdo, le cifre sono imponenti. I lettori hanno raggiunto quota 300.000, dieci volte quelli degli anni scorsi. La prima edizione pubblicata dopo il massacro ha venduto otto milioni di copie. Le entrate generate da abbonamenti e vendite in edicola si attestano finora intorno ai 15 milioni di euro – il triplo rispetto all’intero 2014.

Inoltre il giornale ha ricevuto poco meno di 4 milioni di euro da donazioni di privati, aziende e istituzioni. Quel denaro, tuttavia, è stato destinato alle famiglie delle vittime dei tre giorni di follia omicida che colpì Parigi: le dodici vittime della sparatoria nella sede di Charlie Hebdo, compresi due poliziotti; le quattro uccise in un supermercato kosher; un altro poliziotto freddato in periferia.

A disposizione di Sourisseau e Portheault, gli unici proprietari del giornale superstiti, sono comunque rimasti diversi milioni di euro. Eppure, nonostante la loro promessa formale (risalente a giugno) di reinvestire nel giornale il 100% delle entrate di quest’anno – e fino al 70% delle entrate future – molti membri dello staff provano disagio per un accordo che potrebbe, quantomeno in teoria, permettere ad alcuni colleghi di arricchirsi grazie alla tragedia.

A marzo quindici membri del personale – tra cui Luzier e Pelloux – hanno firmato una lettera aperta su Le Monde chiedendo una riorganizzazione che permettesse di ridistribuire la proprietà e il potere decisionale tra tutto lo staff. Sourisseau e Portheault hanno rigettato la proposta, reputandola infattibile, ma hanno promesso di allargare gradualmente le quote di Charlie Hebdo a un gruppo ristretto di dipendenti, a partire dal prossimo anno.

«Ovviamente dobbiamo allargare il capitale per includere altre persone» spiega Portheault. «Ma questo potrebbe essere uno shock per alcune persone: a mio modo di vedere, essere scampato alla morte non dà automaticamente il diritto a detenere parte della proprietà. Crea piuttosto una responsabilità – bisogna ricordare, proseguire il lavoro dei nostri colleghi, continuare a vivere per noi e per loro».

Le ferite tra lo staff sconvolto di Charlie Hebdo sono ancora profonde, secondo quanto riferiscono alcuni dipendenti.

«Siamo a pezzi» dice Corinne Rey, fumettista nota come Coco.

Riferendosi alla cascata di denaro ricevuta da Charlie Hebdo, Rey afferma: «Sinceramente avrei preferito continuare in difficoltà economiche, piuttosto che affrontare questa situazione».

Detto questo, chi è rimasto mostra una feroce determinazione ad andare avanti, a sostenere Charlie Hebdo non solo come simbolo di resistenza ma anche come forum per partecipare a un dibattito politico senza vincoli e affrontare tabù sociali e religiosi.

Eppure perfino la produzione del giornale e la sistemazione dello staff si sono trasformati in una nuova sfida.

Questo mese Charlie Hebdo si è trasferito in alcuni uffici in affitto, dopo oltre sei mesi trascorsi in uno spazio improvvisato all’interno della redazione di Libération. Il nuovo indirizzo, nel 13° arrondissement di Parigi, un quartiere operaio, non è di dominio pubblico. Oltre al nuovo e costoso sistema di sicurezza, il giornale si aspetta di spendere altri 500.000 € all’anno in guardie di vigilanza.

«Tutto questo solo per poter lavorare» dice Portheault.

Sourisseau, protetto da una scorta di cinque poliziotti, si arrabbia pensando alle cifre destinate alla sicurezza, ma ammette: «Non sarebbe ragionevole né responsabile andare avanti come se nulla fosse successo».

Con l’avvicinarsi del primo anniversario della tragedia – e prevedendo che molti dei nuovi abbonati non rinnoveranno la sottoscrizione – Charlie Hebdo si aspetta che i lettori caleranno di almeno un terzo nel 2016, scendendo a quota 200.000. La scorsa settimana la rivista ha lanciato una nuova versione del sito, che offre un mix di contenuti gratis e a pagamento – tra cui diversi articoli e vignette in inglese – e progetta di lanciare nuove app per cellulari. Per gennaio è in cantiere un’edizione speciale da 34 pagine.

I giornalisti di Charlie Hebdo sono consapevoli che il loro tipo particolare di humour politicamente scorretto non godrà sempre dell’apprezzamento dei nuovi lettori. Sourisseau ha minimizzato la recente tempesta scatenatasi sui social media in seguito a una delle sue vignette, che prendeva in giro la risposta confusa dell’Europa all’emergenza migranti, con un’immagine ispirata alla foto di un bambino siriano annegato.

«Quando disegni una vignetta, è come mettere un messaggio in una bottiglia» spiega Sourisseau. «Non sai mai come sarà accolto».

Il vero obiettivo della satira, sostiene Sourisseau, era destabilizzare al fine di far riflettere le persone su verità spesso scomode. Pubblicazioni come Charlie Hebdo, sostengono lui e i suoi colleghi, offrono un antidoto necessario a un’opinione pubblica trainata dai social media e imbottita di immagini e opinioni anestetizzate e sganciate dal contesto.

«È preoccupante sentirsi dire “Siete gli unici a poter dire queste cose”», ammette Sourisseau. «Non vogliamo essere i soli a vedere il mondo in questo modo. Se diventiamo un simbolo di qualcosa che sta lentamente scomparendo, è un brutto segno».


Nicola Clark, «Charlie Hebdo’s Recovery From Attacks Opens New Wounds for Staff», The New York Times, 24 ottobre 2015

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