Il papa e i rifugiati

Il papa parla di scelte difficili, ma chi le paga?

Di Paul Sheehan

Quando giovedì 24 settembre papa Francesco, all’anagrafe Mario Bergoglio, si è rivolto al Congresso statunitense, ha parlato di scelte difficili:

«Il nostro mondo sta affrontando una crisi di rifugiati come non si vedeva dalla Seconda Guerra mondiale. Ci troviamo davanti a grandi sfide e decisioni difficili».

Eppure, lui di decisioni difficili non ne deve prendere. Come ha detto al Congresso: «Non dobbiamo farci prendere alla sprovvista, ma vederli come persone, guardarli in viso e ascoltare le loro storie, cercando di reagire meglio che possiamo alla loro situazione».

Nelle interviste precedenti, dopo che l’Italia aveva visto ondate di rifugiati annegare lungo le coste e migliaia di persone riversarsi sulle isole meridionali, il papa ha dichiarato che Italia e Europa devono aprire cuore e porte e mostrare compassione ai rifugiati.

Una dichiarazione in linea con il suo impegno verso i poveri e gli espropriati, un impegno molto forte e di lunga data che il papa considera la missione centrale della Chiesa cattolica.

Il giorno dopo aver parlato al Congresso, il Papa ha parlato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed è tornato sul tema dei diritti universali: «La prova migliore e più semplice [del progresso] sarà l’accesso efficace, pratico e immediato da parte di tutti ai beni essenziali, materiali e spirituali: alloggio, lavoro dignitoso e correttamente remunerato, cibo e acqua potabile, libertà religiosa e, più in generale, libertà spirituale ed istruzione».

Il papa però non si esprime su chi debba fornire alloggi per tutti. Né offre suggerimenti su come fare a creare lavoro per tutti, dignitoso e correttamente remunerato poi. Come la mettiamo con le decisioni difficili di cui parlava? Quali sono i limiti che l’Europa dovrebbe sopportare? Dov’è la creazione di lavoro che aiuterà i poveri? Qual è l’antidoto al controllo religioso in  Medio Oriente che soffoca economia e intelletti?

È facile mostrare generosità illimitata con i soldi degli altri e le comunità degli altri, ma il modo in cui una società può dare lavoro a tutti divide la gente, e profondamente anche.

L’Europa occidentale sta affrontando una serie ininterrotta di prove sotto stress. Nel complesso, ha creato un sistema di welfare insostenibile in un periodo in cui i tassi di natalità si contraggono, la popolazione invecchia, la tecnologia distrugge le industrie e la disoccupazione giovanile è in crescita, il che rende il problema di come dare alloggio a una fiumana di immigrati non specializzati alquanto problematico.

Dal punto di vista politico, l’Unione Europea, assieme all’Unione Monetaria Europea (Eurozona) continua a erodere la sovranità nazionale degli Stati membri da anni. Il dramma della Grecia quest’anno è stato il fatto che tutti questi problemi sono arrivati al punto di ebollizione e de facto hanno condotto alla bancarotta. L’Europa si trova inoltre ad affrontare una minaccia alla sicurezza esterna, che proviene dalla Russia, con la decisione del presidente Vladimir Putin di invadere l’Ucraina orientale, e si trova poi ad affrontare una minaccia interna da parte dei fondamentalisti islamici, che hanno organizzato centinaia di attacchi in Europa negli ultimi 15 anni.

Ad aggiungersi a questi traumi economici, demografici, politici e di sicurezza, c’è più di un milione di rifugiati e migranti sulla soglia di casa, o già oltre le porte, una marea di persone di cui non si vede la fine.

La causa primaria di questo fenomeno è culturale, una causa più profonda del colonialismo. La maggioranza soverchiante dei migranti viene dal mondo arabo, che ora esporta i suoi fallimenti.

Il papa è andato vicino alle radici di questo dramma quando ha detto al Congresso: «Il nostro mondo è sempre più un luogo di conflitti violenti, odio e atrocità brutali, commessi anche nel nome di Dio e della religione. Sappiamo che nessuna religione è immune da forme di follie individuali o estremismo ideologico. Questo significa che dobbiamo essere particolarmente attenti a ogni forma di fondamentalismo, religioso o di altro tipo».

Il flusso di persone diretto in Europa si è ridotto a una fuga precipitosa dopo il vanaglorioso errore di giudizio della più potente personalità d’Europa, la cancelliera tedesca Angela Merkel, che ha annunciato con spensieratezza che la Germania avrebbe accolto 800,000 rifugiati all’anno. Quando l’afflusso è stato immediato e oltre le capacità di gestione da parte delle autorità locali, la Germania ha rescisso alla sua politica di porte aperte. Troppo tardi. Il prezzo finanziario sarà enorme. La decisione del governo australiano di accogliere 12,000 rifugiati dalla Siria ha fatto aumentare di 700 milioni di dollari il budget di uscite previsto. Senza contare le richieste di welfare. Il costo per l’Europa per assorbire l’afflusso di un milione di persone, in buona parte uomini non accompagnati, si attesterà almeno sui 60 miliardi di dollari.

Non ci saranno solo costi finanziari, ma anche costi sociali, il tipo di costi di cui non dovremmo parlare ma che hanno cambiato il tessuto sociale delle città europee con grandi popolazioni musulmane.

Di recente ho fatto visita diverse volte ad amici di Anversa e Amsterdam, e la minaccia di violenze sessuali o intimidazioni da parte di musulmani a donne non musulmane è diventata all’ordine del giorno. E lo stesso si vede nelle statistiche criminali di Belgio, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Germania, Francia e Norvegia.

Questo è un sintomo della difficoltà di assimilare culture e aspettative molto diverse. È un tema di cui le femministe progressiste occidentali non osano parlare, o addirittura riconoscere.

Dopo che la femminista di origini somale e membro del Parlamento olandese, Ayaan Hirsi Ali, ha osato rinunciare all’Islam e ha condannato la sistematica soggiogazione sessuale delle donne nelle società musulmane – di cui lei stessa era stata vittima – è stata oggetto di così tanti tentativi di omicidio e minacce che ha dovuto vivere con una sorveglianza della polizia 24 ore su 24, si è trasferita da una casa all’altra ed è andata poi in esilio in America. È partita senza il sostegno della sinistra olandese e minacciata dalla destra musulmana.

Nessuno di questi problemi di assimilazione culturale viene menzionato da papa Francesco. Vuole che l’Europa apra le porte, senza discriminazione.

Ma l’Europa, sopraffatta, sta per cercare di chiuderle, senza discriminazione.


Paul Sheehan, «Pope talks of hard choices, but who pays for them?», The Age, 27 settembre 2015

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