Diritti umani e decapitazioni

Arabia Saudita: il lunedì, tutela dei diritti dell’uomo; il giovedì, una decapitazione

Di Madjid Zerrouky

arabia-saudita

Lunedì 21 settembre viene resa nota la nomina dell’Arabia Saudita a capo di un organo consultivo che ha il compito di proporre esperti per il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite; giovedì 24 è prevista la decapitazione e successiva crocifissione di Ali Mohammed Al-Nimr, sciita di 21 anni che si oppone al regime esistente: il suo corpo, montato su una croce, dovrebbe rimanere esposto fino alla totale decomposizione.

Non c’è da stupirsi che la nomina della monarchia wahabita nel gruppo consultivo – che non è la nomina per la presidenza del Consiglio dei diritti umani, come è stato affermato erroneamente – abbia creato non poche critiche alle Nazioni Unite: per usare un eufemismo, l’Arabia Saudita non brilla in quanto a tutela dei diritti dell’uomo.

Impressionante numero di esecuzioni

Dall’inizio dell’anno ad oggi, il Regno di Arabia Saudita ha già condannato a morte 134 persone, 44 in più rispetto all’anno scorso. Da gennaio 1985 a giugno 2015 sono almeno 2208 le vittime della pena di morte, inclusi più di un migliaio di stranieri, minorenni e soggetti che soffrono di disturbi mentali. Nel marzo del 2015, Amnesty International aveva espresso una certa preoccupazione per il numero di decapitazioni connesse a traffico di stupefacenti – vale a dire, la metà delle esecuzioni totali. Riyad ha dichiarato di ricorrere alla pena capitale solo per casi gravi, come detta la sharia, la legge islamica: omicidio, stupro, traffico di droga, rapina a mano armata, rapimento, ma anche apostasia (rifiuto della religione), adulterio e “stregoneria”.

Blogger fustigati

Una condanna a dieci anni di reclusione, divieto di lasciare lo Stato per dieci anni e mille colpi di frusta per “insulti all’Islam”: non c’è dubbio, il blogger Raïf Badaoui ha pagato caro l’appello alle riforme. Strenuo difensore della libertà di espressione, Badaoui aveva chiesto sul proprio sito internet che si mettesse fine all’influenza religiosa nelle decisioni governative.

Ma in Arabia Saudita ogni critica alla famiglia reale, alle istituzioni religiose o all’Islam in genere è perseguibile. Con la scusa della lotta al cybercrimine, lo Stato ha condannato numerosi militanti, chiudendone anche i conti.

Le donne, eterne minorenni

Contrariamente a ogni contraddizione, il Regno di Arabia Saudita nel settembre del 2000 ha ratificato la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, ma si avvale della facoltà di non rispettare le disposizioni contrarie alla legge islamica. Dispiace tutto sommato vedere quali sono le priorità, ma va constatata un certa evoluzione, anche se – molto – lenta, in materia di donne e loro diritti.

Dal 2015 le donne in Arabia Saudita hanno il diritto di votare e di essere votate nelle elezioni municipali, ma continuano ad essere trattate come eterne minorenni: vige ad esempio l’obbligo di avere un’autorizzazione da parte di un tutore maschio per viaggiare, sposarsi, accedere a corsi di studi superiori, ecc. E non hanno ancora il diritto di guidare.

Migranti picchiati ed espulsi…

Percosse e detenzione in condizioni deplorevoli: la campagna per l’espulsione di centinaia di migliaia di lavoratori migranti “senza documenti” avviata nel 2013 si è accompagnata a un gran numero di abusi, stando a un rapporto della ONG Human Rights Watch.

«Molti migranti sono tornati nei Paesi di provenienza senza più niente; non potevano acquistare cibo o pagarsi il trasporto verso la regione d’origine, in alcuni casi perché i funzionari sauditi avevano confiscato loro in modo arbitrario tutti i beni personali».

«Numerosi migranti sono stati rimandati verso luoghi in cui la loro sicurezza era minacciata» sottolinea l’ONG riferendosi ai somali rinviati a Mogadiscio.

In meno di un anno, l’Arabia Saudita ha espulso 36.000 somali, 163.000 etiopi e 613.000 yemeniti, secondo l’Organizzazione internazionale dei migranti. Gli stranieri “in regola” lo sono in virtù della Kafala, un sistema che obbliga i migranti a lavorare sotto l’egida di un tutore, in genere il loro datore di lavoro. Con questo sistema ai lavoratori viene impedito di cambiare liberamente datore di lavoro, anche quando le condizioni di lavoro sono inaccettabili, e anche di lasciare il Paese – il loro passaporto viene spesso “confiscato” all’arrivo per essere restituito solo alla fine del periodo lavorativo. Nel 2014, 90 organizzazioni non governative avevano lanciato un appello ai Paesi del Golfo perché riformassero questo sistema.


Madjid Zerrouky, «Arabie saoudite : défense des droits de l’homme le lundi, décapitation le jeudi», Le Monde, 23 settembre 2015

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