Lezioni di viralità

«Non si può obbligare nessuno a vedere il video»

Nella sua tesi, Meelah Adams analizza la questione di come rendere popolare un video su internet – dopo averlo fatto lei stessa realizzando “Selfie from Hell”. Come avrà fatto?
Di Julia Maria Grass

La situazione è quella classica da selfie: una ragazza abbozza un bacio e scatta.
Gli utenti di YouTube hanno visto questo video horror nove milioni di volte.
Ecco come è stato concepito.

Una ragazza vuole inviare un selfie a un amico. È sola in casa, si sistema la maglietta, arriccia le labbra, guarda con aria provocante lo smartphone, scatta – è l’inizio del terrore. Sullo sfondo della foto, una figura nera che si avvicina sempre più. Poi la ragazza accende la videocamera: mossa sbagliata.

Il video di 100 secondi che la settimana scorsa ha reso la studentessa Meelah Adams una star su YouTube si intitola “Selfie from hell”. Realizzato con l’amico autore e regista Erdal Ceylan, il filmato era parte della sua tesi di laurea presso un istituto di Lemgo, in Vestfalia. Meelah Adams si occupava di studiare il modo in cui i video si diffondono su internet in modo massiccio e quasi senza alcun tipo di controllo – per usare un termine tecnico, in modo “virale”. Meelah ha constatato che «la viralità non è determinabile». Eppure con lei ha funzionato: il suo video è stato visto su YouTube più di dieci milioni di volte. E anche la tesi di laurea è stata un successo: lunedì 21 settembre la 28enne originaria di Colonia ha concluso il suo percorso di studi nel campo della produzione dei media con una media di 1,0 [corrispondente a un 30 secondo il sistema scolastico tedesco, N.d.T.].

Die Welt: Signorina Adams, cosa si intende per “viralità”? Quand’è che un video si considera “virale”?

Meelah Adams: La viralità è difficile da misurare. Ci sono successi virali minori quando il video registra un paio di milioni di visualizzazioni. E poi ci sono i grandi successi. Direi che lo sono quando hanno dieci milioni di visualizzazioni. Ma nel corso delle mie ricerche ho trovato fonti che definiscono un successo “virale” a partire dalle 100.000 visualizzazioni. Se un video in tedesco ha sette milioni di visualizzazioni è già tanto. In America invece i video virali ottengono come niente 30 milioni di visualizzazioni. Nel nostro video non abbiamo inserito dialoghi volutamente, perché fosse visto e compreso in tutto il mondo.

DW: Lei si è occupata dell’argomento per la sua tesi di laurea; quali nozioni sono confluite nella produzione di “Selfie from Hell”?

MA: Un video virale ha due componenti, il contenuto e la diffusione. Il contenuto è chiaramente determinabile: in primo luogo, il filmato non deve durare più di tre minuti. Che sono già molti. Se dovessi vedere un video simile a colazione non so se ne avrei il tempo, tra panino e caffè. La regola generale è – più corto è, meglio è. Noi abbiamo anche cercato di mantenere costante l’aumento di tensione, con diversi picchi ben distribuiti. Lo spettatore non deve avere il tempo di annoiarsi, ma desiderare tutto il tempo di scoprire come va avanti. Ci sono poi molti altri fattori. Ad esempio, è importante riprendere le tendenze del momento.

DW: Tendenze come il selfie?

MA: Esatto – con il nostro video volevamo raggiungere soprattutto i giovani. E loro si fanno spesso dei selfie. E amano gli zombie.

DW: Come ha fatto, in concreto, a diffondere il video?

MA: Questa è il secondo elemento, chiaramente meno prevedibile, di un video virale. Dopo aver pubblicato il video, abbiamo contattato alcuni siti internet che si occupano di video horror. I primi a parlare di noi e a procurarci duemila clic circa sono stati Angstrated e Horror Society. Si è trattato però di piccole ondate di visualizzazioni che si sono esaurite in fretta. È stato un articolo che ho scritto per il sito Moviepilot a dare il via a tutto. Tempo cinque giorni, e il nostro video era stato visto e diffuso da 7 milioni di persone, e il numero non accennava a fermarsi.

DW: È stata sorpresa nel constatare che il numero di clic era aumentato quasi da un giorno all’altro?

MA: In realtà no. Sapevo già che la viralità funziona così. Pubblichi un video e all’inizio non lo vede nessuno. Poi all’improvviso raggiungi le persone giuste che lo condividono e scatenano una slavina. Da lì in poi è tutto in discesa. Nel nostro caso, le prime 500.000 visualizzazioni provenivano da India e Russia – eravamo riusciti a fare in modo che “Selfie from Hell” fosse visto in tutto il mondo.

DW: Un video virale, in ultima analisi, è solo il frutto di un lavoro di pubbliche relazioni ben svolto?

MA: Beh, la giusta strategia di diffusione è importante. Ma tra i video con la strategia giusta e la diffusione ideale, solo pochi diventano virali. Una cosa che ho imparato è che la viralità non si può pianificare. Puoi preparare il terreno al meglio e aumentare le tue possibilità. Ma se non raggiungi le persone giuste, non hai speranza. Realizzare un video virale, al di là delle nozioni che puoi avere in materia, è sempre un esperimento.


Julia Maria Grass, «“Man kann niemanden zwingen, das Video zu gucken”», Die Welt, 23 settembre 2015

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