Ozono e fiori inodori

L’inquinamento da ozono distrugge il profumo dei fiori

Di Pierre Barthélémy

Anche se apprezziamo il dolce profumo delle piante in fiore, ne siamo solo dei “bersagli” casuali. Questi aromi, risultato di un cocktail di composti organici volatili (o COV, come li chiamano gli scienziati), fungono da strumenti di comunicazione per le piante, che nello specifico cercano di farsi notare dagli insetti incaricati della loro impollinazione.  Api, calabroni e compagnia bella si servono infatti di queste molecole per localizzare i fiori a breve o lunga distanza e per raccogliere informazioni sulle piante che le hanno emesse, come la loro specie o la “ricompensa” che gli insetti possono aspettarsi se andranno a impollinarle. Seguendo a ritroso la pista odorosa nella direzione in cui i COV sono presenti in concentrazioni maggiori, gli insetti risalgono alla fonte. Serve che la pista sia nitida e gli indizi profumati inviati dalla pianta non siano cancellati, altrimenti si finisce come Pollicino, che si lascia alle spalle briciole di pane divorate dagli uccellini…

Proprio il problema della persistenza della “pista” è al centro dello studio pubblicato su New Phytologist da un’équipe ispano-finlandese. Questi specialisti in ecologia si sono chiesti se l’inquinamento da ozono non abbia lo stesso ruolo degli uccellini nella fiaba di Perrault. La constatazione da cui sono partiti è che la concentrazione di ozono nella troposfera – lo strato più basso dell’atmosfera, da non confondersi con l’ozono della stratosfera, che ad altitudini maggiori costituisce il famoso accumulo che protegge i viventi dai raggi ultravioletti del sole – è aumentato in maniera significativa negli ultimi decenni e, stando alle attività umane che lo determinano, continuerà a farlo. L’ozono, gas composto da tre atomi di ossigeno, si produce dall’irraggiamento solare di diverse sostanze inquinanti come i gas di scarico. Come sottolineano gli autori dello studio, l’ozono, non contento di avere un impatto negativo su tessuti e fisiologia delle piante, è anche un potente agente ossidante, in grado cioè di degradare, di distruggere altre molecole. Ma allora perché non quelle dei COV emessi dalle piante?, si sono chiesti i ricercatori. Se così fosse, la distanza che il profumo dei fiori percorre prima di diventare irrintracciabile da parte degli impollinatori si ridurrebbe, con un conseguente indebolimento dell’efficacia di questi ultimi…

Per rispondere alla domanda, nell’estate del 2014 gli scienziati hanno realizzato una serie di esperimenti che da un lato misuravano l’effetto dell’ozono sui composti organici volati e dall’altro ne determinavano l’impatto sulla capacità degli impollinatori di dirigersi verso le piante. La coppia presa in esame era formata dalla pianta di senape nera, molto diffusa in Europa, e dal non meno comune calabrone. Gli autori dello studio hanno tagliato dei fiori di senape nera, coltivata da loro, e li hanno posizionati in un dispositivo chiuso nel quale erano esposti a varie concentrazioni di ozono: niente ozono, 80 parti per miliardo (ppb secondo la dicitura inglese) e 120ppb, una concentrazione che corrisponde alla prima soglia d’allerta ozono in Francia.

L’aria e i COV che questa trasportava venivano poi fatti passare in un sistema di tubi e a ogni 150cm dalla fonte era misurata la concentrazione di COV fino alla distanza di 4,5m. I ricercatori hanno riscontrato che, in presenza di 80ppb di ozono, la degradazione dei COV era notevole già a 1,5m. Nessuna sorpresa quindi che nel peggiore dei casi (una distanza di 4,5m e una concentrazione di ozono di 120ppb) diversi composti organici volatili dei fiori di senape nera si riducessero dal 26 al 31%.

Nella seconda serie di esperimenti, della durata di dieci minuti l’uno, i calabroni sono stati fatti entrare in una camera cilindrica di 1,5m di diametro, divisa in due parti uguali. A destra e a sinistra della porta d’ingresso erano stati disposti fiori di senape finti (realizzati in carta non profumata per fornire un semplice indizio visivo agli insetti), dietro ai quali l’aria era rilasciata da tubi: sia aria senza COV, sia i campioni della prima serie di test. Gli studiosi hanno osservato in quale parte della camera i calabroni trascorrevano più tempo e hanno registrato il numero di visite fatte alle infiorescenze artificiali. Il tutto per vedere se la degradazione dei COV da parte dell’ozono determina qualche conseguenza sugli insetti. La risposta è stata sì. In effetti, i calabroni preferivano l’odore dei fiori “puro” invece che quello alterato dall’ozono.

Secondo gli autori dello studio, sarebbero numerosi gli insetti coinvolti nel peggioramento delle comunicazioni chimiche con le piante dovuto all’inquinamento da ozono: questo avrebbe un impatto reale non solo ecologico, ma anche economico, specialmente nelle regioni agricole a contatto con le città, zone che nel prossimo futuro diventeranno all’ordine del giorno, vista la crescente urbanizzazione del pianeta. L’articolo su New Phytologist non ha certo lo scopo di determinare l’eventuale calo in termini di rendimento agricolo, ma suggerisce che in diversi lavori scientifici viene messo in relazione il successo dell’impollinazione e la presenza o meno di ozono. Gli autori dello studio aggiungono poi che andrebbero svolti altri esperimenti dello stesso genere, ma con coppie piante-insetti diverse. Quel che è certo è che i risultati dello studio mostrano una nuova sfida per gli impollinatori. Già indeboliti dagli insetticidi usati dagli agricoltori – per non parlare dei parassiti – eccoli toccati da un altro tipo di inquinamento causato dall’uomo. Davvero un lavoro difficile, il loro…


Pierre Barthélémy, «La pollution à l’ozone éteint le parfum des fleurs», Le Monde, 16 settembre 2015

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