L’empatia secondo Facebook

L’alternativa al “mi piace”, o l’empatia secondo Facebook

Di Damien LeloupMorgane Tual e Pauline Croquet

«Un mezzo per esprimere empatia»: Mark Zuckerberg ha definito in questi termini, martedì 15 settembre, la nuova funzionalità che Facebook si appresta a testare. E non è una funzionalità qualunque: si tratta di una sorta di tasto “non mi piace” (“dislike” in inglese) per controbilanciare il celebre pollice alzato del social.

Sono anni che gli utenti di Facebook chiedono a gran voce la creazione di un antagonista al like, pollice alzato che è diventato simbolo del sito e che esprime a seconda dei casi interesse, simpatia o approvazione dell’internauta rispetto a un contenuto pubblicato. E che pone non pochi problemi, come ha riassunto lo stesso Mark Zuckerberg in una conferenza stampa nel quartier generale della società a Menlo Park, California:

«Quando si condivide qualcosa di triste, come la crisi dei rifugiati,
qualcosa che vi commuove, oppure è deceduto un membro della vostra famiglia,
non si può mettere “mi piace”…
Credo sia importante dare alla gente più alternative al semplice “mi piace”».

Finora, però, Facebook si era sempre rifiutato di creare un tasto simile per timore di veder moltiplicati i commenti negativi e per scoraggiare gli internauti a condividere certi contenuti. Nel 2014, Mark Zuckerberg riteneva che il tasto “non mi piace” non «fosse una cosa positiva per il mondo» e ribadiva che Facebook non aveva alcuna intenzione di diffondere contenuti negativi. Oggi invece il proprietario di Facebook ritiene che «la gente non sia alla ricerca di strumenti per affossare i contenuti altrui, […] quello che vuole davvero è un modo per esprimere empatia». La funzione precisa di questo tasto resta peraltro oscura, così come il suo nome, che potrebbe essere “dislike”. L’anno scorso, uno degli sviluppatori di Facebook, Bret Taylor, aveva preso in considerazione l’idea di un pollice verso: «Temo che un “dislike” finirebbe per essere qualcosa di davvero negativo. Per parlar male di qualcosa meglio scrivere un commento: sicuramente ci sono parole per esprimere quel pensiero».

Su Internet proliferano le speculazioni sul nome che questa funzionalità potrebbe avere: “Ti sono vicino”, “Mi incuriosisce”, “Mi dispiace” o “Mi interessa”? Come al solito, le derive umoristiche si sprecano: c’è chi propone “Ehi, che cosa razzista”, “Mamma mia che brutto tuo figlio” e “Sei sexy ma non ho niente da dirti”.

Per l’empatia non serve un pulsante

La natura (umana) teme il vuoto, e in effetti gli utenti di Facebook non hanno aspettato un fantomatico tasto “empatia” per manifestare questo sentimento. In primo luogo, hanno riutilizzato le funzioni classiche del social: per riprendere uno degli esempi di Zuckerberg, in occasione dell’intensificarsi della crisi dei migranti nelle ultime settimane, miliardi di internauti hanno sostituito la loro foto profilo con disegni e testi in omaggio ad Aylan, bambino annegato le cui immagini hanno fatto il giro del mondo. E a gennaio, moltissimi internauti francesi hanno postato il messaggio “Je suis Charlie” a seguito degli attentati che hanno scosso la Francia.

Facebook ha riconosciuto l’uso “empatico-rivendicativo” della foto profilo e a giugno ha attivato uno strumento che in pochi clic permette di applicare un filtro arcobaleno alla foto profilo per esprimere il proprio sostegno alla lotta per l’uguaglianza LGBT. Il social, rivela Tech Crunch, starebbe anche testando un sistema di foto profilo temporanea per facilitare questa forma di espressione.

Anche i commenti sono ampiamente utilizzati in alternativa al semplice “mi piace” – e spesso capita di vedere commenti che dicono “non mi piace”. E soprattutto le emoji, usate ormai in modo generalizzato e come parte integrante ai commenti su Facebook e Instagram (comunque proprietà di Facebook), compensano la povertà contenutistica del “mi piace”. In molti Paesi, più della metà dei messaggi su Instagram comprendono almeno una emoji, strumento con cui è possibile esprimere diverse sfumature di ironia, compassione o incredulità.

Le aziende non ne vogliono sapere

Un tasto “non mi piace” o simile è comunque una richiesta fissa da parte degli utenti di Facebook, come ha ricordato lo stesso Zuckerberg martedì. Si tratta però di una funzione che le imprese che usano Facebook per le loro comunicazioni non vogliono – niente di peggio che un alto numero di “non mi piace” sulla pagina di una grande società. È un problema che non si porrebbe se ci fosse un tasto “empatico” e anche Facebook potrebbe misurare il livello di empatia degli utenti in relazione a un tema o a un link in modo molto più preciso che con complesse analisi di emoji e commenti. I contenuti negativi saranno comunque presenti su Facebook – e in particolare in merito al tema citato da Zuckerberg della crisi dei migranti. In Germania, la cancelliera Angela Merkel e il governo federale hanno chiesto a Facebook giusto la settimana scorsa di prendere misure più severe contro messaggi razziali e appelli all’odio. Anche gli attentati di gennaio in Francia avevano prodotto il moltiplicarsi di messaggi astiosi, e il social si è impegnato a rafforzare il proprio ruolo di moderatore e a mettere in atto una campagna “controdiscorsiva”. Facebook si è anche avvicinato all’associazione tedesca FSM, che lotta contro il bullismo e la crudeltà online.


Damien Leloup, Morgane Tual e Pauline Croquet, «Une autre option que le bouton « J’aime », ou l’empathie selon Facebook», Le Monde, 16 settembre 2015

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