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Meglio non inviare: le mail irose ti rendono irascibile

Lo dicono le ricerche: dare sfogo alla rabbia fa male, rende più irascibili. Eppure è sempre più facile sfogarsi online sui social media.
Di Elizabeth Bernstein

Una sera, dopo un colloquio frustrante con il capo, Jason Bauman ha inviato a un collega una mail. In cui si sfogava del capo criticone che non gli faceva mai un complimento. E in cui diceva che trovava la cosa frustrante.

Una mail di diverse centinaia di parole. Bauman, che all’epoca lavorava come manager in un negozio di telefoni, si lamentava perché il capo non era bravo nel suo lavoro. Secondo lui, era geloso perché guadagnava meno degli impiegati. E non aveva alcun diritto di dargli una «strigliata».

«Mi sono sentito proprio bene quando ho scritto e inviato la mail» ha detto Bauman, trentenne di Sounderton, Pennsylvania.

Ma non per molto. Bauman ha rimpianto la sfuriata via mail poco dopo aver schiacciato “Invia”. «Mi faceva pensare a quella situazione più del dovuto, ci ho rimuginato tutta sera» dice. Ma il peggio è stato il giorno successivo, quando ha scoperto che il collega aveva inoltrato la mail al capo.

Le ricerche lo dicono a chiare lettere da anni: dare sfogo alla rabbia fa male.

Eppure lo facciamo – e più che mai, grazie a internet.

Il fenomeno che in inglese è stato ribattezzato «e-vent» – vale a dire trovare una valvola di sfogo alla rabbia attraverso mail, messaggi, chat o altri media come Facebook o Twitter – può sembrare irresistibile. È veloce: possiamo condividere la frustrazione con un amico o con il mondo intero quasi in tempo reale. È pratico: possiamo sfogarci online ovunque noi siamo, a condizione di avere il telefono con noi. E ci fa sentire al sicuro: siamo dietro uno schermo.

I partecipanti agli studi scientifici riferiscono di sentirsi meglio dopo uno sfogo. Ma i ricercatori hanno scoperto che in realtà si diventa più irascibili e aggressivi. La gente che si sfoga in forma anonima rischia di diventare la più irascibile e aggressiva in circolazione.

«Solo perché qualcosa ti fa stare meglio non significa che ti faccia anche bene» dice Brad Bushman, docente di comunicazione e psicologia presso la Ohio State University a Columbus.

Uno sfogo esagerato può danneggiarti. Può isolarti da famiglia e amici, o farti etichettare come una lagna o come una persona con problemi di rabbia. E dato che quello che succede in internet resta in internet – per sempre – potresti danneggiarti la reputazione a vita.

Lo sfogo ha una storia antica. Aristotele credeva nella catarsi –  nel purificare le emozioni. Più di recente, Sigmund Freud ha fatto riferimento al modello idraulico quando diceva che se si trattiene la rabbia senza lasciarla uscire, si accumulerà fino a raggiungere livelli pericolosi, un po’ come il vapore nella pentola a pressione, che si accumula se non trova una via d’uscita. Secondo Bushman la maggior parte della gente ne è convinta, anche se non ci sono ricerche scientifiche a suffragare questa teoria.

Tutti ci sfogavamo, anche prima di Internet, è ovvio. Ma non era così immediato. Dovevamo prendere il telefono e chiamare qualcuno, o aspettare che il partner tornasse a casa dal lavoro. Questo ci dava abbastanza tempo per sbollire e forse anche per berci un cocktail e distendere i nervi. E sfogarsi di persona, o anche al telefono, ci permetteva di avere un feedback immediato e di capire quando stavamo esagerando.

Nei diversi studi che ha condotto, Bushman ha mostrato che sfogare la rabbia e la frustrazione non è un elemento positivo. In uno studio pubblicato sul Personality and Social Psychology Bulletin nel 2002, ha chiesto a 600 studenti del college di scrivere un saggio sull’aborto. In seguito, ha abbinato a ogni studente un “partner” – in realtà un ricercatore in incognito – che fingeva di sostenere la tesi opposta e dava allo studente valutazioni negative per quanto riguarda organizzazione, stile e originalità.

Bushman ha poi diviso gli studenti in tre gruppi: al gruppo della “ponderazione” è stata detto di colpire un sacco da boxe pensando a chi li aveva valutati. Al gruppo della “distrazione” è stato detto di colpire il sacco da boxe pensando a un miglioramento nella propria forma fisica. E il gruppo di controllo non ha fatto niente. Alla fine, ogni studente ha riferito il proprio umore scegliendo tra aggettivi di irascibilità come “incattivito”, “ostile” e “irritato”, e aggettivi di benessere come “calmo”, “felice”, “rilassato”.

Gli studenti del gruppo della “ponderazione” erano i più irascibili e aggressivi, mentre quelli nel gruppo di controllo, che non avevano avuto valvole di sfogo, erano i meno irascibili e aggressivi, come si riferisce nello studio.

Sfogarsi online è particolarmente rischioso, dicono gli esperti. Noi ci illudiamo che sia un atto privato perché possiamo farlo in un luogo isolato, come la nostra camera da letto, in pigiama. Abbiamo il telefono con noi sempre, quindi spesso ci sfoghiamo prima ancora di aver avuto la possibilità di calmarci. Un’invettiva su internet è a un click dalla condivisione. E da un’altra condivisione. E da un’altra ancora.

Di solito sembriamo più arrabbiati nero su bianco. E quando scriviamo possiamo rileggere quello che abbiamo scritto, più e più volte, e cuocere a fuoco lento nella nostra rabbia.

Con gli sfoghi online non si ha un feedback immediato, quindi il rischio è di non sapere quando fermarsi. «Non vedi la gente che alza gli occhi al cielo» dice Bushman.

So cosa vuol dire. Lo scorso Natale ero bloccato al terminal JetBlue dell’aeroporto in attesa di un volo in ritardo; la scelta dei motivetti vacanzieri di Alvin and the Chipmunks mi dava ai nervi.

Ho scritto su Twitter a JetBlue esigendo che mettessero fine a quegli strilli. Hanno risposto che la musica era stata scelta dai passeggeri. Ho replicato: «Difficile crederlo». Mi hanno ritwittato un cuoricino. Ci sono voluti altri cinque tweet prima che mi sentissi ridicolo per quella pubblica invettiva contro dei piccoli roditori canterini. Ho spento il telefono.

Se sfogarci ci rende pazzi e crudeli, cosa dovremmo fare invece? Bushman raccomanda di prendere in considerazione sia gli aspetti fisiologici che quelli cognitivi della rabbia.

Per calmare il corpo, dovremmo aspettare a reagire e contare fino a 10 o, come si dice abbia suggerito una volta Thomas Jefferson, fino a 100. Bushman raccomanda anche di cercare di rilassarsi con respiri profondi o musica distensiva.

Spegni il computer o il telefono finché la rabbia non è sbollita. Potresti anche prendere in considerazione l’idea di bloccare temporaneamente il numero di telefono di qualcuno, così da non essere tentato di scrivergli messaggi o mail.

Per placare la mente, Bushman suggerisce distrazioni come una lettura non violenta, un cruciverba o una passeggiata.

Fai qualcosa che sia incompatibile con la rabbia o l’aggressività: dai un bacio a qualcuno cui vuoi bene, aiuta chi ne ha bisogno, coccola un cucciolo.

Cerca di prendere le distanze dall’episodio che ti ha sconvolto. Osserva la situazione come se fossi estraneo alla vicenda.

Mangia cose salutari. «Chi è affamato è scontroso» dice Bushman.

Jason Bauman afferma di aver imparato una lezione sull’e-venting quando il suo collega ha condiviso la mail con il capo: «È stato facile per lui premere Invio». Ora, se vuole parlare di qualcosa di frustrante, Bauman sceglie uno dei suoi amici più cari e si sfoga di persona. Ha lasciato la ditta di telefoni poco dopo quell’episodio, anche se non c’erano state conseguenze, e ora lavora come scrittore ed editor per una società di marketing online.

Scrive anche lettere alle persone che lo irritano, ma le salva in una cartella del computer invece di inviarle.

«Mi aiuta a elaborare la frustrazione» dichiara. «A volte hai solo bisogno di dire le cose apertamente».


Elizabeth Bernstein, «Don’t Hit Send: Angry Emails Just Make You Angrier», Wall Street Journal, 10 agosto 2015

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