Elisir… di sangue – II

Sangue al sangue: ricerca sull’invecchiamento

Collegando chirurgicamente coppie di animali, gli scienziati hanno mostrato che il sangue giovane ringiovanisce i tessuti vecchi. Ora cercano di capire se lo stesso vale per l’uomo.
Di Megan Scudellari

(continua da qui)

Nel primo esperimento parabiotico di McCay sull’invecchiamento, dopo che ratti giovani e vecchi erano stati collegati per 9-18 mesi, le ossa dell’animale più vecchio diventavano simili in peso e densità a quelle del corrispondente più giovane. Più di 15 anni dopo, nel 1972, due ricercatori della University of California hanno studiato la durata di vita di coppie di ratti giovane-vecchio. I ratti vecchi vivevano 4-5 mesi in più: per la prima volta si suggeriva che il sangue giovane può influenzare la longevità.

Nonostante queste scoperte intriganti, la parabiosi non è più stata usata. Quelli che hanno studiato la storia della tecnica ipotizzano che i ricercatori abbiano creduto di averne ricavato tutto il possibile, o che la trafila per garantire sostegno istituzionale agli studi parabiotici fosse troppo complicata. Quale che sia la ragione, gli esperimenti si sono interrotti. Finché un biologo di cellule staminali di nome Irving Weissman ha riportato in vita la parabiosi. […]

Dopo trent’anni passati a studiare le cellule staminali e la rigenerazione dei parabionti naturali, ascidie della specie Botryllus schlosseri, nel 1999 Weissman ha consigliato a Wagers, all’epoca una postdoc nel suo laboratorio alla Stanford che voleva studiare il movimento e il destino delle cellule staminali del sangue, di usare topi parabiotici e di rendere fluorescenti le cellule da rintracciare. L’esperimento di Wagers ha condotto a scoperte esplosive sulla natura e la migrazione delle cellule staminali del sangue. E ha ispirato i vicini di laboratorio della Stanford.

Nel 2002 Irina Conboy, una postdoc nel laboratorio di Rando, ha esposto uno dei documenti di Wagers a un incontro di settore. Michael Conboy, suo marito e postdoc nello stesso laboratorio, stava sonnecchiando in fondo alla stanza.

Alla menzione di topi cuciti insieme si è svegliato di botto. «Avevamo ripetuto per anni che l’invecchiamento riguarda tutte le cellule del corpo, che tutti i tessuti sembrano andarsene al diavolo tenendosi per mano» dice Michael. Eppure non erano riusciti a pensare a un esperimento realistico con cui indagare cosa coordina l’invecchiamento in tutto il corpo.

«Ho pensato: ‘Ehi, aspetta, l’elemento comune è il sangue’» dice Michael. «Era la risposta alla domanda che ci eravamo fatti per anni». Alla fine della presentazione, è corso da Irina e Rando. Non aveva ancora finito di esporre l’idea che Rando ha detto: «Facciamolo».

I ricercatori si sono messi in équipe con Wagers […]. Rando dice che non si aspettava che il lavoro funzionasse, invece l’ha fatto. Nel giro di cinque settimane, il sangue giovane aveva ripristinato le cellule muscolari ed epatiche dei topi più vecchi, facendo sì che le cellule staminali vecchie riprendessero a dividersi. L’équipe ha anche scoperto che il sangue giovane portava alla nascita di nuove cellule nel cervello nei topi vecchi, anche se questi risultati sono stati omessi dalla relazione del 2005 in cui descrivevano l’esperimento. Nel complesso, i risultati suggerivano che il sangue contiene quel fattore (o fattori) elusivo che coordina l’invecchiamento in tessuti diversi.

Dopo che l’equipe aveva pubblicato i risultati, il telefono di Rando ha cominciato a squillare senza sosta. Alcune chiamate erano di riviste maschili alla ricerca di metodi per costruire muscoli; altre di persone affascinate all’idea di evitare la morte. Volevano sapere se il sangue giovane aumenta la durata della vita. Ma nonostante i suggerimenti che questo fosse vero risalenti agli anni ’70, nessuno ha ancora verificato per bene l’idea. Sarebbe un esperimento costoso e ad alta intensità di lavoro. […]

La ritrovata popolarità della parabiosi si è diffusa in altri laboratori. Wyss-Coray, che lavorava nella stanza di fianco al laboratorio di Rando, aveva precedentemente scoperto cambiamenti significativi nei livelli di proteine e nei fattori della crescita nel sangue delle persone anziane o affette da Alzheimer. Sulla scia delle scoperte legate al cervello ma non pubblicate di Rando, ha usato coppie di topi vecchio-giovane per mostrare che ratti vecchi esposti a sangue giovane avevano maggiore crescita neuronale, e che i topi giovani esposti al sangue vecchio avevano una crescita neuronale ridotta. Anche solo il plasma aveva gli stessi effetti. «Non c’era bisogno di scambiare tutto il sangue» dice Wyss-Coray. «Funziona come una medicina». Successivamente, l’equipe ha scoperto che il plasma giovane produce plasticità cerebrale e memoria in topi anziani e aumenta l’apprendimento e la memoria. «Non riuscivamo a crederci» dice Wyss-Coray.

E nemmeno i critici. La prima volta che Wyss-Coray ha sottoposto il lavoro a un giornale specialistico, è stato rifiutato con la motivazione, dice, che era troppo bello per essere vero. Quindi la sua équipe ha trascorso un anno a ripetere l’esperimento alla University of California, San Francisco – una struttura diversa con staff, strumenti e attrezzature diversi. I ricercatori hanno ottenuto gli stessi risultati. «A quel punto, mi sentivo rassicurato» dice Wyss-Coray. «Sono convinto che funziona».

La sua ricerca, pubblicata a maggio, ha catturato l’attenzione di un’azienda di Hong Kong di proprietà di una famiglia con una storia di Alzheimer, caratterizzato da perdita neuronale. Le condizioni di uno dei familiari sono temporaneamente migliorate dopo una trasfusione di plasma. Quindi l’azienda ha messo a disposizione i fondi iniziali per tradurre l’approccio di Wyss-Coray a trial clinici umani. Wyss-Coray ha fondato una startup, Alkahest a Menlo Park, California, e nel settembre del 2014 sono iniziati studi randomizzati, in doppio cieco, controllato placebo a Stanford, per testare la sicurezza e l’efficacia del plasma giovane come cura per l’Alzheimer. Sei persone su 18 affette da Alzheimer, tutte al di sopra dei 50 anni, hanno cominciato a ricevere il plasma di uomini al di sotto dei 30 anni. In aggiunta al monitoraggio dei sintomi della malattia, i ricercatori stanno cercando cambiamenti nelle scansioni del cervello e biomarcatori del sangue della malattia. […]

Per ora, ogni affermazione secondo cui il sangue o il plasma giovane possa allungare la durata della vita è falsa: non ci sono dati che la sostengono, più semplicemente. Un esperimento per testare affermazioni simili richiederebbe dai sei anni in su – occorre prima aspettare che i topi invecchino, poi che muoiano naturalmente, poi analizzare i dati. «Se avessimo i fondi per fare una cosa simile, lo farei. Ma non li abbiamo» dice Michael Conboy. Però aggiunge: «Spero che qualcuno, da qualche parte, li abbia».


Megan Scudellari, «Ageing research: Blood to blood», Nature, 21 gennaio 2015

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