A tutti i maniaci del telefono

Maniaco del telefono? C’è una speranza anche per te

Di Conor Dougherty

Un po’ come tutti al giorno d’oggi, Susan Butler passa troppo tempo a fissare lo smartphone. Diversamente da tutti quanti, però, ha preso in mano la situazione e ha comprato l’anello da 195$ di un’azienda, la Ringly, che promette di “farti staccare dal telefono e darti una tregua”.

Ci riesce collegando i suoi anelli a un filtro per smartphone: in questo modo gli utenti possono bloccare le notifiche di Gmail e Facebook ma non quelle indispensabili, come un messaggio dalla babysitter, che fanno illuminare o vibrare l’anello.

“Speriamo che tenga lontano il telefono dalle mie mani” ha detto Susan Butler, ventisettenne di Austin (Texas), che lavora come consulente tecnologica per le piccole aziende.

Considerata la velocità con cui i cellulari si sono impadroniti delle nostre vite, è facile scordarsi che sono una tecnologia ancora relativamente nuova. Il primo iPhone usciva solo otto anni fa, e oggi poco più della metà degli americani ha uno smartphone, ci dice eMarketer.

E già la gente passa quasi tre ore al giorno a guardare lo schermo del cellulare – senza contare il tempo che usa per parlare con qualcuno al telefono.

In un recente sondaggio della Bank of America in merito all’uso degli smartphone, un terzo circa dei partecipanti ha dichiarato di controllare lo smartphone “costantemente”, mentre poco più di due terzi hanno affermato di andare a letto con lo smartphone di fianco. Queste abitudini hanno dato via a così tante discussioni sul tema che un sacco di aziende vedono un’opportunità di business nell’aiutare i clienti a darci un taglio col telefono.

“La tecnologia si è evoluta velocemente e ne abbiamo perso il controllo; nessuno si è fermato a pensare alle sue ripercussioni sulle nostre vite” ha detto Kate Unsworth, fondatrice dell’azienda britannica Kovert, che produce gioielli tecnologici in grado di tenere tutto a distanza, tranne le cose più urgenti.

Molti di questi prodotti anti-distrazioni rientrano nella crescente nicchia della “tecnologia da indossare”. Gli smartwatch come l’Apple Watch sono progettati per spingere a guardare di volata, più che a controllare ossessivamente. Il mese scorso, Google e Levi’s hanno annunciato di avere in programma una linea di vestiti supertecnologici che permetteranno, tra le altre cose, di far smettere al telefono di suonare sfregando i polsini della giacca.

“Se c’è anche solo una possibilità che i vestiti che amiamo possano facilitare l’accesso alla parte migliore e più utile del mondo digitale, senza per questo perdere il contatto visivo con chi sta con noi a cena, vale la pena coglierla” ha dichiarato Paul Dillinger, che gestisce l’innovazione del prodotto a livello globale per la Levi’s.

C’è un’app, Offtime, che riduce l’accesso dell’utente alle app che usano troppo e che annota le loro attività per poi produrre grafici sul tempo trascorso al telefono. Un’altra, Moment, spinge a rendere pubblico agli amici l’uso del proprio telefono in un gioco in cui vince chi guarda meno il cellulare. E un designer di New York ha recentemente svolto una campagna di finanziamento collettivo per il Light Phone, un telefono delle dimensioni di una carta di credito che non fa nulla, se non effettuare e ricevere chiamate, e che “è progettato per essere usato il meno possibile”.

Ancora più radicale è il NoPhone, un pezzo di plastica di 12$ che assomiglia a uno smartphone ma che non fa nulla. Van Gould, direttore grafico di un’agenzia pubblicitaria di New York, che come seconda attività si occupa della nascente impresa, ha affermato che lui e i suoi partner hanno venduto quasi 3200 NoPhone, immettendoli sul mercato come coperta di Linus per quelli che vogliono ridurre la dipendenza dallo smartphone ma non riescono a uscire di casa senza portarselo dietro.

Certo, molti NoPhone vengono comprati per scherzo, però “Molti non pensano che la dipendenza del telefono sia un problema reale ma poi pensi ‘OK, stanno comprando un pezzo di plastica perché sono preoccupati per un amico’ ” ha dichiarato Van Gould.

Adam Gazzaley, neurologo e docente di neuroscienze alla University of California di San Francisco ha dichiarato “Abbiamo una popolazione che inizia a dire ‘Aspetta un po’, bella questa tecnologia, ma ha un costo – che sia la mia relazione o il mio lavoro o la mia sicurezza, dato che guido mentre scrivo un messaggio’ ”.

Prima dell’introduzione delle app, quando si voleva trovare qualcosa lo si cercava online, e la cosa finiva lì. Ma oggi che internet è sempre più a misura di telefono e che le aziende sono sempre più brave nell’individuare la cronologia e le preferenze degli utenti, la tecnologia è sempre meno un “lasciare” l’utente libero di fare ricerche in Google e sempre più un “prendere” l’utente per sfinimento, con notifiche impossibili da ignorare perché fanno illuminare o suonare lo smartphone.

Alcuni prodotti cercano di trovare una forma di equilibrio, come Google Now, una sorta di assistente digitale che sulla base di posizione, Gmail e attività del browser intuisce i futuri desideri dell’utente. In parte, l’idea è quella di disturbare solo se necessario. “Se sto per dimenticarmi che è il compleanno di mio figlio, voglio che il mio telefono mi assilli” ha detto Sundar Pichai, vicepresidente dei prodotti per Google.

Ha senso anche per gli affari. Più Google ha accesso alle vite degli utenti, più avranno successo app come Google Calendar e Gmail. E più Google conosce i suoi utenti, più preciso sarà il suo motore pubblicitario.

La filosofia di Sundar Pichai consiste nel dare alla gente diverse alternative e nel far scegliere a loro. “Dobbiamo fare prodotti davvero incentrati sugli utenti” ha dichiarato “e poi c’è il modo in cui gli utenti scelgono di vivere le loro vite. La scelta spetta a loro, farei molta attenzione a non essere troppo prescrittivo”.

Gli smartphone sono una valvola di sfogo per due impulsi umani fondamentali secondo Paul Atchley, docente di psicologia alla University of Kansas: la ricerca di nuove e interessanti distrazioni da un lato, il desiderio di raggiungere un obiettivo dall’altro.

“Con i cellulari sentiamo di aver raggiunto un obiettivo più volte al giorno. Il cervello è letteralmente forzato a cambiare – a cercare sempre qualcosa di nuovo. Il che rende difficile rinunciare al telefono”.

Come molti di noi, quando Susan Butler finisce una riunione o esce dal dottore si ritrova alla disperata ricerca di aggiornamenti sui social media. Aveva anche l’assillante abitudine di aprire un sito, chiuderlo e aprirlo di nuovo nella speranza che ci fossero modifiche. Che si trattasse o meno di una dipendenza, era abbastanza per spingerla a chiedere aiuto e a rivolgersi alla Ringly.

Paul Atchley è scettico, e non è il solo. La dipendenza è un elemento molto intimo, dice, e la cura migliore è avere l’intenzione di assumere il controllo dei propri demoni – non di delegarli a filtri.

Nella tecnologia, così come nella vita, la forza di volontà è la soluzione più efficace.


Conor Dougherty, «Addicted to Your Phone? There’s Help for That», New York Times, 11 luglio 2015

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