Alla ricerca dell’immortalità

Forme di immortalità

Il pensiero che con la morte tutto debba finire, all’uomo non va proprio giù. E allora? Farsi ibernare? Clonare il cervello? No, l’uomo raggiunge la vita eterna se i posteri si ricordano di lui.  
Di Karl-Heinz Karisch

A volte, quando sono in aereo, penso a Otto Lilienthal. È stato il primo uomo a librarsi in volo con un aliante. Il suo “Normalsegelapparat”, prodotto a Berlino, è stato il primo aereo funzionante al mondo. Chissà come spalancherebbe gli occhi se potesse vedere i nostri aerei. Mentre lavorava per realizzare il suo sogno, nel 1896 Otto è precipitato al suolo e poco dopo è morto. Un pizzico di immortalità in più non gli avrebbe fatto male.

Proprio come Paul Nipkow, che nella notte di Natale del 1883 non aveva altro da fare che dedicarsi all’idea di un televisore. Un disco a spirale perforato per dividere le immagini in movimento in punti e linee. Per lo meno, lui ebbe modo di vedere con i suoi occhi la prima emittente televisiva del mondo a Berlino-Witzleben – a lui intitolata − partire con le registrazioni nel 1934.

I più grandi inventori, gli artisti più geniali o gli esploratori più arditi finiscono sottoterra. Il pensiero che questa sia la fine, all’uomo non è mai garbato molto. Da qui la tomba in pietra risalente a circa 5000 anni fa e situata sull’isola di Sylt (Denghoog) oppure, migliaia di chilometri più a sud, le imponenti strutture funerarie per il culto dei morti dell’antico Egitto. Il sogno dell’immortalità ha generato splendide mummie e preziosi corredi funerari. Alcune religioni hanno creato un’anima che dopo la morte ascende a Dio. Solo i non credenti si pongono la domanda, alquanto profana, di cosa farebbe poi l’anima nell’immensità.

Nell’epoca della scienza e di Internet ci sono approcci del tutto innovativi per risolvere una volta per tutte e in modo soddisfacente il problema della mortalità. Io personalmente dubito che i sostenitori della crioconservazione possano un giorno essere riportati in vita. Un processo estremamente caro e mai sperimentato su un topo… Forse da scongelato sembrerei una fragola dimenticata nel frigorifero. Prima dura, poi molliccia.

L’imprenditrice statunitense Martine Rothblatt si è spinta oltre. Vuole prolungare la vita con organi “freschi”, creati con l’aiuto di “stampanti 3D” di cellule staminali. Sarebbe una soluzione all’enorme carenza di donatori di organi. Altri fantasticano di miliardi di nanobot, che eliminerebbero fin da subito le cellule cancerose. E se nemmeno questo serve, così profetizza Rothblatt, gli scienziati in un futuro non molto remoto potrebbero scansionare il nostro cervello, con tutti i suoi pensieri, e trasferirlo su un robot. Ciabattare per il vicinato da clone cosciente, stressando i giovani con la mia aria da saputello ancora per un paio di secoli? Fantastico!

La forma più bella di immortalità per me rimane quella di un tempo: ci meravigliamo ancora della maschera mortuaria di Tutankhamon, dei quadri a olio di Van Gogh o dei drammi di Shakespeare. E ammutoliamo di fronte a visionari come Leonardo da Vinci, Otto Lilienthal o Paul Nipkow. Il loro tempo è scaduto, ma non è stato dimenticato. Non hanno vissuto il domani, ma nell’oggi continuano a vivere. Anche senza stampanti 3D e robacce simili.


Karl-Heinz Karisch, «Formen der Unsterblichkeit», Frankfurter Rundschau, 4 giugno 2015

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