New Yoik, New Yoik

I veri newyorkesi parlano Kiez-English*

* Gioco di parole che rimanda al termine tedesco “kiezdeutsch“. Con “kiezdeutsch” si intende il dialetto giovanile di alcuni quartieri di Berlino e in generale dei centri urbani con molti abitanti e altrettanti immigrati, N.d.T.

Il dialetto della metropoli muore. Perché? La gentrificazione allontana i residenti locali, i quali si vergognano di un accento che nel resto degli USA risulta alquanto impopolare.
Di Matthias Heine

Lo Schrippe di Berlino [dolcetto chiamato così dai berlinesi “doc”, ma definito Weckle dai migranti, N.d.T.] a New York si chiama hero. Nella capitale tedesca come nella Grande Mela, il modo in cui si chiama un dolcetto fa intuire chiaramente chi è del posto e chi no. Wolfgang Thierse, politico della SPD e pietra miliare del quartiere berlinese di Prenzlauer Berg, anni fa si animava fino quasi a procurarsi un infarto nel sentire gli svevi che nelle pasticcerie tedesche chiedevano Weckle invece di Schrippen. In modo simile, la definizione di sé di un newyorkese medio dipende in parte dal nome corretto assegnato al panino imbottito: chi ordina un submarine invece di usare la parola brooklynese hero, di sicuro viene dall’Iowa. O per lo meno dal New Jersey.

Il confine dell’area in cui si parla il dialetto cittadino newyorkese – che la gente del posto chiama brooklynese – corrisponde in maniera piuttosto precisa alla linea che separa chi dice hero da chi dice submarine. Lo indica chiaramente una mappa dei dialetti contenuta nel nuovo libro sul “New York City English” realizzato dal linguista e docente del Queens College di New York, Michael Newman.

9781614512899

Il libro in questione, che fa parte della collana Dialects of English della De Gruyter, descrive nel dettaglio le varie caratteristiche del dialetto di New York. Tra le più note, il frequente problema dei newyorkesi “doc” con la lettera R: spesso la omettono quando dovrebbero dirla e la inseriscono dove non dovrebbero: nella pronuncia, heart diventa hot, super diventa supah e her huh.

Questi difetti di pronuncia distinguono i newyorkesi dagli abitanti di Boston, che dicono cose come Pahk the cah in Hahvad Yahd (“Park the car in Harvard Yard”). Un effetto collaterale di questo problema della R è la confusione tra i suoni er e oi. Il che porta alle peggiori assurdità: la parola girl (ragazza) viene pronunciata goil, ma le parole oil (petrolio, olio) e toilet (bagno) in bocca a un newyorkese assumono le caratteristiche sonore di earl o terlet.

Per lo meno è così che parla Archie Bunker, interpretato dall’attore Caroll O’Connor, nella serie TV anni ’70 Arcibaldo – il corrispondente americano della serie tedesca Ein Herz und eine Seele. Come il protagonista tedesco della serie, quella carogna di Alfred Tetzlaff, anche l’americano Archie Bunker era un proletario con tendenze razziste e fascistoidi. E il fatto che parlasse un brooklynese così marcato ci fa capire che il dialetto di New York designa non solo nella città ma anche nel resto del Paese gli strati più bassi della popolazione.

La R è un lusso

Si può illustrare la situazione con una ricerca linguistica sul campo intrapresa da Willam Labov quando, negli anni ‘70, stava redigendo un libro fondamentale sul dialetto di New York. All’epoca, il professore andò in tre grandi magazzini diversi: il raffinato Saks sulla Fifth Avenue, Macy’s – il grande magazzino più ampio del mondo – e S. Klein, ormai chiuso. La clientela dei tre negozi apparteneva a tre strati sociali completamente diversi l’uno dall’altro. In ognuno, Labov chiedeva indicazioni per un reparto che sapeva trovarsi al quarto piano, in inglese fourth floor. Nel negozio di lusso, Saks, solo pochi commessi lo pronunciavano come fawth flaw, nel negozio a buon mercato S. Klein tutti. Da Macy’s le pronunce erano variegate.

Il brooklynese non è solo un dialetto, ma anche quello che i linguisti definiscono un socioletto, vale a dire il modo di esprimersi di un gruppo sociale. Quando un attore enfatizza il dialetto di New York è per sottolineare l’origine proletaria o addirittura le connessioni al mondo criminale del personaggio – è il caso di Fran Drescher nella serie TV La Tata, oppure di Joe Pesci nelle sue numerose performance in qualità di mafioso o proletario.

Image-9400918-Fran-Drescher-as-Fran-Fine-and-Jay-Leno-as-himself-for

La tesi a stampo razzista che i primi immigrati stranieri avrebbero qualcosa a che vedere con lo scarso apprezzamento del dialetto newyorkese va confutata: basti pensare che anche Franklin Delano Roosevelt, Presidente degli Stati Uniti dal 1933 fino alla morte sopraggiunta nel 1945, non ha mai pronunciato in maniera corretta la R. E Roosevelt veniva da una delle famiglie più abbienti e stimate di New York, i cui antenati erano stati tra i fondatori olandesi della città. Uno status di “bianco” impossibile da mettere in discussione.

Il newyorkese è il caso più estremo a me noto di lingua locale che perfino all’interno della città stessa è percepita come impopolare.

William Labov
Linguista e ricercatore che si è occupato del dialetto di New York

Esiste, poi, un’altra teoria, secondo la quale la scarsa considerazione dei newyorkesi per la parlata locale abbia a che vedere con i movimenti migratori che si sono verificati all’interno della città dopo la seconda guerra mondiale. All’epoca, molti newyorkesi di ceto medio-basso si erano trasferiti alle periferie della città, mentre il centro, più povero, si popolava di neri o di generazioni di migranti provenienti da Puerto Rico, Jamaica e Africa (il 49,1% dei newyorkesi ha ammesso nel corso dell’ultimo censimento che in casa non parla inglese!). Nelle zone più ricche, i più abbienti e istruiti non si mescolavano agli altri gruppi sociali. Si circondavano sempre più spesso di immigrati che non potevano permettersi di risiedere in zona e che naturalmente non parlavano dialetto.

Questa gentrificazione ha fatto sì che a Manhattan o nella vicina “Brownstone Brooklyn” (detta così per gli edifici in arenaria rossa) il dialetto vivesse una fase di declino. Le ultime roccaforti rimangono Howard Beach nel Queens, Gerritsen Beach a Brooklyn e ampie zone di Staten Island e Long Island – vale a dire quei distretti in cui vengono spesso girati i flashback sull’infanzia di Woody Allen. Lì è molto più facile sentire qualcuno che chiama la trentatreesima strada “Toidy-Toid Street”.

In definitiva, il dialetto di New York è diventato prima di tutto un segno distintivo che caratterizza gli abitanti dei sobborghi da un lato e i poveri dall’altro. Il divario sociale della città si riflette anche nelle due parole che indicano il “quartiere”: nabe e hood, entrambe abbreviazioni della parola neighborhood. Nabe è una parola che userebbe un membro del ceto medio, hood è sulla bocca di qualcuno che viene da un quartiere popolare a basso reddito medio. Dall’hood provengono naturalmente i soggetti che, nel test del professor Newman, omettono più di frequente la R: Rashid, ad esempio, è un giovane nero legato alla piccola criminalità, a cui una gang per punizione ha assestato con un coltello un “telephone scar”, uno “sfregio telefonico” sul viso, così chiamato perché va dall’orecchio alla bocca.

Rashid intervalla spesso le sue frasi con la parola namean, un’abbreviazione della frase retorica You know what I mean (spesso traducibile con “Capisci?”). È un esempio di come oggi il tradizionale dialetto della metropoli si sovrapponga a elementi dell’inglese afroamericano, parlato anche al di fuori della città.

Newman riferisce inoltre che i suoi studenti una volta sono rimasti confusi quando si è rivolto a loro con il pronome you, raccomandando loro di svolgere diligentemente i propri compiti. Si chiedevano a chi di loro stesse parlando di preciso. Nell’inglese standard, you è sia un modo per rivolgersi direttamente a una singola persona che a tante. Ma nel linguaggio colloquiale della New York moderna ha per lo più valore di tu. Quando ci si rivolge a più persone, lo si specifica con forme come you allyouse.

Così come neri e latinos sono stati promotori di nuove tendenze linguistiche, lo sono stati nel tempo anche gli ebrei. L’influsso dello yiddish, la lingua parlata dagli ebrei dell’Europa occidentale, è onnipresente nel lessico della città. L’ex governatore Andrew Cuomo promise una volta che una sala conferenze sarebbe venuta a costare solo bubkes. Un’espressione che indica una somma limitata, ispirata all’espressione yiddish kotzebubkes (“sterco di capra”). Come scrive Michael Newman nel suo libro, non ci sono molti luoghi in cui un politico italoamericano può usare una parola come bubkes ed essere compreso da tutti gli ascoltatori.

Rushhour e slum sono espressioni newyorkesi

Questa forma di captatio può anche andare storta. Ad esempio, nel 1998 il senatore di origini italiane Alfonse D’Amato ha un tantino esagerato quando ha chiamato il suo oppositore ebreo Chuck Schumer putzhead. “Putz” è nella lingua yiddish una parola volgare per “pene”, e anche in un’aspra campagna elettorale americana non si perdona un politico che chiama l’avversario “testa di cazzo”. A quanto pare, D’Amato aveva applicato male il modo di dire putzing around, che significa “cazzeggiare”.

Oltre allo yiddish, anche un paio di parole tedesche si sono fatte largo nel dialetto di New York. Nel complesso, però, l’influenza tedesca è poco forte – il che è sorprendente, visto che un tempo buona parte della popolazione era composta di tedeschi. Un turista tedesco a New York avrà un brivido di piacere nell’incontrare le parole a lui familiari Mensch (letteralmente “uomo”, usato nel senso di “buon uomo”), Schlep (nel senso di “trascinarsi, avanzare a stento”) o Spiel (nel senso di “una lunga tiritera”). D’altro canto, molte espressioni nate come parole dialettali a Manhattan, Brooklyn & Co, sono entrate da tempo nell’inglese standard – e quindi anche nella lingua tedesca: quando diciamo rushhour o slum, parliamo anche noi il brooklynese senza rendercene conto. Il professor Michael Newman rivela nel suo libro anche un piccolo segreto: un vero newyorkese non chiama mai (in nessuna circostanza, mai e poi mai) le linee della metropolitana line. A prescindere dal suo background etnico. I newyorkesi dicono train. Dire ad esempio E-line invece di E-train equivale ad avere un cartello appeso al collo con la scritta: “Non sono di qui, sono solo un idiota arrivato qui da poco”.

Matthias Heine, «Echte New Yorker sprechen Kiez-Englisch», Die Welt, 30 maggio 2015

Annunci

Cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...