Lo spettro della Grexit

Tsipras aveva pianificato la Grexit fin dall’inizio

Le manovre del premier ateniese avevano uno scopo: etichettare tutti quanti come nemici. Solo il mito di un tradimento del popolo greco lo può tenere al potere dopo la bancarotta.
Di Dorothea Siems

La mossa spettacolare di Alexis Tsipras di indire un referendum ha colto impreparati tutti i partecipanti ai negoziati. L’indignazione nei confronti di Atene è comprensibile solo alla luce dei mesi di strategie del premier per intortare, imbrogliare e ingannare il popolo – ma non porterà molto lontano.

Ora i responsabili dell’Eurozona devono mantenere la calma, cercare la soluzione migliore per uscire dalla crisi e metterla in atto. Per la prima volta dall’inizio della crisi debitoria la possibilità di una “Grexit” è realistica e sostenibile anche dai mercati finanziari. Un passo che per entrambe le parti coinvolte potrebbe rappresentare una liberazione da quello che per diverse ragioni è ormai un rapporto dissestato.

L’abbandono della Grecia non sarebbe la fine dell’unione monetaria, e per i greci già provati il ritorno a una valuta nazionale non sarebbe una totale catastrofe. La solidarietà europea verrebbe accordata al di là della presenza o meno dell’euro. L’appello della Banca Centrale Europea a non chiudere i rubinetti delle sovvenzioni alla Grecia nonostante tutto è indice di questo spirito di fondo.

Eppure, gli aiuti della BCE non possono sostituirsi a una soluzione vera. Impediscono solo il collasso economico. Mentre i costi della crisi si fanno più alti per tutti ogni giorno di più, i capi di governo dell’Eurozona, la Commissione Europea e la BCE dovrebbero adottare il piano B senza indugi: mettere in sicurezza un’Eurozona privata della Grecia. Esistono strumenti sufficienti per evitare che gli speculatori prendano di mira altri Stati membri.

Nessuno dalla parte di Tsipras

Molti elementi sembrano confermare la teoria che Tsipras avesse pensato fin dall’inizio alla “Grexit” come soluzione possibile e forse, dal suo punto di vista, anche appetibile. Sì, per la maggior parte i greci vorrebbero tenere l’euro. E, proprio per questo, il populista di sinistra aveva escluso un’uscita dall’Eurozona sia prima sia dopo le elezioni di gennaio. Eppure, stando alle manovre degli ultimi cinque mesi, sembrerebbe il contrario.

Retrospettivamente, tutto ha senso, a condizione di imputare a Tsipras il doppio gioco. Ha guidato il popolo con toni accesi. Il Fondo Monetario Internazionale, la BCE e soprattutto la Cancelliera Merkel sono stati etichettati come nemici. Tsipras ha attinto al mito del tradimento del popolo greco così da poter mantenere il potere dopo il fallimento del suo governo.

Certo è che il suo governo, formato da sinistra radicale e nazionalisti, avrebbe preferito ricevere gli aiuti degli investitori senza vincoli di sorta. Eppure Atene ha dovuto rendersi ben presto conto che non si può rivoluzionare così l’Eurozona. Nessun altro governo si è schierato dalla parte di Tsipras. I suoi discorsi sull’apparente fallimento della politica di austerity della Merkel non hanno avuto presa.

Gli altri Paesi in crisi, come Spagna, Irlanda e Portogallo, infatti, hanno usato il tempo concesso loro dalla BCE attraverso una politica finanziaria “soft” per un risanamento che li ha portati di nuovo a una crescita. Anche in Grecia sul finire dell’anno scorso si hanno avuto i segnali di una ripresa economica, andata però distrutta con l’abbandono degli accordi per le riforme.

Il modello della Merkel non è fallito

È altresì vero che la Grecia, anche nel caso di un’applicazione reale di queste riforme, si troverebbe davanti per lo meno un decennio di privazioni e stenti. Dato che era impensabile ottenere dai creditori un aiuto finanziario incondizionato, Tsipras avrebbe solo dovuto ammettere di non riuscire a mantenere una delle due promesse fatte nel corso della campagna elettorale – restare nell’Eurozona e porre fine all’austerity. Avendo respinto le trattative con Bruxelles, è impensabile che in futuro si renda disponibile come partner per la troika.

Ad ogni modo, i partner europei non dovrebbero dipendere dall’esito incerto di questo voto. L’offerta del referendum indetto da Tsipras non esiste nemmeno più. I creditori si sono tirati indietro. Il compromesso per ulteriori aiuti finanziari era bilanciato in fin dei conti solo da alcune misure di austerity che Atene avrebbe dovuto prontamente adottare.

Per un’economia sana, però, sarebbero necessarie molte altre riforme strutturali. Gli scorsi cinque mesi con Tsipras, ma anche l’allontanamento della Grecia dai creditori negli anni precedenti fanno intuire che continuare con un percorso comune è un’illusione. La maggior parte dei greci vive i vincoli agli aiuti finanziari come un giogo.

Con una propria valuta avrebbero, alla lunga, migliori prospettive economiche e riotterrebbero quel pizzico di sovranità di cui sentono così acutamente la mancanza. Anche negli altri Stati europei c’è una certa resistenza alle riforme di consolidamento, ma prevale l’idea che solo un’Europa competitiva dal punto di vista economico abbia un futuro. Non è fallito il modello della Merkel, ma il ripetuto tentativo di rendere appetibili alla Grecia le condizioni imprescindibili per l’appartenenza all’unione monetaria.


Dorothea Siems, «Tsipras hat von Anfang an den Grexit eingeplant», Die Welt, 28 giugno 2015

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