Venerdì Santo: vietato ballare

Che c’è di male nei valori cristiani?

Lo Stato vieta di ballare il Venerdì Santo. Molti ballano comunque – per principio. È preoccupante. Perché una società che non tollera il cordoglio e non sa prendere sul serio la religione è malata.
Di Matthias Matussek

Rivediamoli, gli audaci e ribelli giovani ballerini che Venerdì Santo si sono dimenati e si sono dati alla pazza gioia negli angoli delle strade di Berlino o Francoforte in questo “giorno del silenzio”. Lo chiamano ballare.

La cosa che colpisce subito: non sanno proprio ballare.

Il più delle volte muovono le mani a tempo di musica – anzi, rumore – con volti distorti. Il che dimostra che non vogliono ballare, ma protestare. Il loro ballo non è un’espressione di gioia e voglia di vivere. Ballano per principio. E per protestare contro il divieto di ballare. E il più delle volte parlano svevo. O berlinese e indossano bandane nere, cosa altrettanto crudele.

Una società che non sopporta il cordoglio

Ballano contro lo Stato che vieta di ballare il Venerdì Santo e in un paio di altri giorni di lutto collettivi (il Volkstrauertag, dedicato alle vittime di guerra, e il Totensonntag, la domenica dei morti nella religione protestante). Non vogliono arrendersi a questa incursione nella sfera privata che i giovani liberali (certo, la questione ha anche risvolti politici) definiscono così: «Le credenze religiose individuali spingono i singoli a limitare chi la pensa diversamente nella loro libertà personale, economica, individuale e collettiva».

Ora, per quanto riguarda le «credenze religiose individuali», non sono proprio così individuali, dato che per due terzi i nostri connazionali sono contribuenti della chiesa cristiana e il Venerdì Santo piangono la morte di nostro Signore sulla croce.

Il giovane liberale che ha formulato questo comunicato stampa e che si sente limitato non solo nella sua libertà personale, ma anche in quella individuale per il divieto di ballare, mi auguro di non incontrarlo mai al buio.

Chi scrive una cosa del genere travisa la realtà in modo mostruoso e balla pure male.

Ora, una società che non sopporta il cordoglio, che sia individuale o collettivo, è malata nell’anima. Così come una società che non prende più sul serio la sua fondazione religiosa.

Ma i giovani liberali non sono gli unici a sostenere con veemenza il ballo di Venerdì Santo. I giovani socialisti bavaresi si oppongono al fatto che «lo Stato, nel nome di una comunità religiosa, impone a tutti quanti come comportarsi in un determinato giorno». Divertente sentire in un Paese cristiano l’espressione: «Nel nome di una comunità religiosa».

Le associazioni islamiche si sbellicano dalle risate

I pirati, questi nerd barbuti e con camicie a quadrettoni che rimandano a tutto tranne che al movimento fisico, men che meno al ballo, sono arrivati fino alla Corte Costituzionale federale per ottenere il diritto a ballare di Venerdì Santo. Ma anche i giudici federali non hanno voluto suicidarsi alla vista dei pirati che ballavano e hanno respinto il ricorso.

Tuttavia è interessante vedere quanto l’immagine religiosa che abbiamo di noi stessi come cristiani sia sulla graticola in una «società secolare e dalle molteplici religioni». Le nostre associazioni islamiche si sbellicano dalle risate. E i musulmani di tutto il mondo hanno un’idea di noi ben chiara in testa.

In passato avevano avuto a che fare con cristiani agguerriti che si facevano il segno della croce, ora si trovano davanti la nostra indolente e tarda società avvolta nella bambagia. Anzi, nello zucchero filato.

Con un’indifferenza ignorante e con un animo spento, che non meritano alcun serio rispetto.

Non ricordiamo più la nostra cultura modello

Le nostre origini e tradizioni sono cristiane, la nostra concezione dell’uomo è cristiana («La dignità umana è inviolabile»), la nostra educazione è cristiana, la nostra intera antropologia – pari diritti per le donne inclusi – è cristiana, anche l’illuminismo a partire da Tommaso d’Aquino è cristiano, cristiana la convinzione che gli uomini che si baciano non vadano impiccati e che le donne che si innamorano di un altro uomo non vadano lapidate – ma non ce ne ricordiamo più.

Non ci ricordiamo più della nostra cultura modello – ce ne sono così tante altre. Ad esempio la meravigliosa Turchia, «con tutto il börek e poi il sole, la luna e le stelle» e la ballerina di sirtaki Claudia Roth.

La nostra dimenticanza culturale di recente è stata confermata dalla Corte Costituzionale federale in modo preoccupante, con l’abolizione del divieto di portare il velo motivata alla luce del fatto che i valori e le tradizioni cristiani non debbano essere preferiti rispetto alle altre religioni.

Ah sì?

E perché no?

Un Paese non si riconosce forse nei propri valori e nelle proprie tradizioni?

Siamo già così rimbambiti e rincitrulliti da essere indifferenti a tutto? Cosa c’è di male nei valori cristiani, cosa c’è di così spiacevole nei dieci comandamenti, che tutti preferiscono l’Islam e la Sharia?

Da questo punto di vista anche il divieto di ballare di Venerdì Santo è incoerente e verrà cassato di sicuro dalla prossima generazione di giudici federali: finiremo in una landa desolata senza cultura e senza fede.

Avrei una proposta prima di finirci, però: perché i nostri ballerini ribelli non organizzano i loro shaker e mover party durante il ramadan a Gedda e Riyadh?


Matthias Matussek, «Was ist denn so schlecht an christlichen Werten?», Die Welt, 3 aprile 2015

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