Il potere della lingua (II)

Stratagemmi di retorica che migliorano la vita

Dire che si vorrebbe “strozzare” l’interlocutore o che si devono fare le cose “in fretta” trasmette stress. È ora di imparare a parlar bene – e forse anche di cambiare la propria vita.
Di I. Lehmann e B. Strohmaier

(qui la prima parte)

7. Il corpo come pianta

Perfino nella terapia per chi soffre di disturbi alimentari si insiste sul potere del giusto frame. Molte di queste persone si considerano un contenitore che sarebbe migliore se vuoto. La pienezza, al contrario, produce sensi di colpa. «Il modo di pensare si solidifica in espressioni come “pieno zeppo” o “mangiarsi il fegato”» dice Wehling. «Per i pazienti è utile imparare a sviluppare un frame alternativo, ad esempio considerando il proprio corpo come una pianta o un organismo». A quel punto gli alimenti diventano una questione di sostanze nutritive. Non si tratta di “più” o “meno”, ma del cibo giusto che fa bene al corpo e lo rafforza come organismo.

8. Per cui niente perché

Stop Cheap Speak è il titolo del manifesto della guru linguistica Gabriele Zienterra, che verrà pubblicato dalla casa editrice Knaur all’inizio di aprile. La guru di retorica, che da 15 anni insegna ai leader come esprimersi in pubblico, consiglia di passare dalla “terra dei perché” alla “terra dei cosa”. Le domande che iniziano con “perché”, argomenta, nel migliore dei casi non portano da nessuna parte («Perché lo trovi bello, questo quadro?») e nel peggiore producono forme di resistenza nell’interlocutore («Perché non vuoi parlare con me?») che si sente spinto a giustificarsi. Zienterra consiglia invece di fare domande come «Quando ti va di parlare?» o «Cosa trovi di bello nel quadro?».

9. Non sempre non

È importante sottolineare che le negazioni sono difficili da capire per il cervello. Chiunque legga una frase come «Non immaginarti un coniglio pasquale verde» finirà per pensare proprio a un animale simile. È la stessa situazione che descrive Gabriele Zienterra, che si definisce “esperta della comunicazione preziosa”, nel suo coaching. «Quando dicono che qualcosa è difficile, rispondo spesso: “Hai ragione, non è facile”. E sembra già più facile. Il “non” non viene recepito».

E viceversa: chi vuole essere puntuale non dovrebbe dire «Non arriverò troppo tardi» ma «Sarò puntuale». Anche «Non aver paura» andrebbe evitato se si vuole calmare qualcuno. Zienterra suggerisce frasi come «Hai tutto quello che serve» o «Hai spesso mostrato che ce la puoi fare».

10. Frasi complete

Chi inizia a dare più attenzione al proprio linguaggio si rende conto di avviare spesso frasi che poi non conclude e di fare spesso salti logici: «In riunione, la settimana scorsa – sai quel nuovo cliente? – ad ogni modo, ci avevo pensato tanto e il mio capo ha detto che era una buona idea…». Da un lato, aiuta a spiegarsi meglio pensare che l’ascoltatore elabora solo un’immagine per frase. Dall’altro, formulare frasi complete.

«È difficile per gli altri completare le nostre frasi» spiega Mechthild von Scheurl-Defersdorf agli studenti di Lingva-Eterna. Spesso questi non se ne erano mai resi conto. Come nella frase «Scusi, posso?», in cui manca un verbo a dare una visione più precisa alle cose. Sarebbe più chiaro dire: «Mi scusi, dovrei passare». Dire in modo chiaro: «Mettetevi le scarpe, per favore» è più convincente di un laconico «Le scarpe!» per un bambino. Von Scheurl-Defersdorf ne è convinta: «Quando si completano le frasi, tutto nella vita trova il proprio posto. Frasi complete, felicità completa. Mezze frasi, mezza felicità».

Per inciso, le donne eliminano più spesso che gli uomini il pronome “io” dalla frase: «Ho steso velocemente i panni». «Vado a fare la spesa». L’effetto? «Omettendo il soggetto, le donne restano incastrate nella loro mente e nella loro formulazione» secondo von Scheurl-Defersdorf. Un altro “inciampo linguistico” sarebbe il frequente uso di frasi passive. «Chi usa più frasi attive è più attivo e gestisce la propria vita passo dopo passo» è l’opinione di von Scheurl-Defersdorf.

11. Vieni al punto!

Von Scheurl-Defersdorf consiglia di usare frasi brevi e chiare per mettere ordine dentro di sé. E raccomanda di fare attenzione a far scendere la voce alla fine della frase. Così l’ascoltatore sa che un pensiero è finito. Chi è abituato a non far scendere la voce non viene, nel senso più stretto della parola, al punto. E non ne vale la pena, dice l’esperta: «La gente con un’intonazione ascendente verso qualcosa di nuovo lavora troppo nella propria vita a quello che verrà».

12. Un po’ di pace

Anche se ci auspichiamo tutti la pace, la nostra lingua è spesso sorprendentemente brutale: al telefono si “strozzano” gli ascoltatori, si “attaccano” i progetti e le idee sono “nel mirino” o “una cannonata”; i piani sono “questione di vita o di morte” e quando ci divertiamo davvero, “ci divertiamo da morire”. Quali informazioni inconsce attiviamo con queste parole, non è sempre dato saperlo: «Le “bombe d’acqua” rimandano al tempo della guerra, quando piovevano bombe come gocce d’acqua» spiega von Scheurl-Defersdorf.

«Gli orrori delle due guerre mondiali risuonano ancora in queste espressioni linguistiche». Il disarmo verbale è semplice. Invece di fare una “proposta” si può anche dare un “suggerimento”. Il pacifismo dà i suoi frutti, assicura l’esperta linguistica: «Le ostetriche riferiscono che i parti possono essere più semplici se le donne “partoriscono” un bambino, invece di “farlo”».

Anche se si possono sostituire in fretta singole parole, le abitudini linguistiche consolidate nell’arco di anni non si cambiano dall’oggi al domani. Mechthild von Scheurl-Defersdorf consiglia pazienza: «Per tutto quello che ha mani e piedi servono nove mesi».

13. E ancora: una parola magica

Se un linguaggio più consapevole non funziona subito, serve una parola magica che gli studenti di yoga amano molto. Invece di “Non ci riesco”, meglio dire “Non ci riesco ancora”.


Di I. Lehmann e B. Strohmaier, «Rhetorik-Kniffe, die das ganze Leben verbessern», Die Welt, 25 marzo 2015

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