Il potere della lingua

Stratagemmi di retorica che migliorano la vita

Dire che si vorrebbe “strozzare” l’interlocutore o che si devono fare le cose “in fretta” trasmette stress. È ora di imparare a parlar bene – e forse anche di cambiare la propria vita.
Di I. Lehmann e B. Strohmaier

Una dieta hCG, un lifting a base di cellule staminali, un’auto ibrida – in un modo o nell’altro tutti cercano di migliorare la propria immagine. Ma nessuno pensa di agire sul principale mezzo di espressione di cui disponiamo, il linguaggio. Lessico, grammatica, sintassi e intonazione hanno un enorme influsso sulle persone attorno a noi.

Chi dà più importanza al lessico che usa, avverte un maggior senso di benessere. Gli psicologi dell’università di Jena hanno analizzato i tracciati medici che registrano l’effetto delle parole sul cervello e hanno mostrato che vocaboli quali “straziante” o “estenuante” attivano il centro del dolore del cervello come spilli.

Formulare i concetti in modo diverso può fare miracoli. Gli esperti linguisti sono convinti che con una modalità di espressione adeguata potremmo alleggerirci la vita, evitare liti in famiglia e addirittura risolvere i problemi con i colleghi. Come, di preciso? Abbiamo raccolto i consigli degli esperti e analizzato i testi che si occupano della questione. Ecco il risultato: un mini corso di lingua per adulti in 13 lezioni.

1.Calma, calma!

Chi non vorrebbe meno stress? Quasi tutti lo dicono – eppure molti lo accolgono a braccia aperte nelle loro vite. Frasi fatte come «Devo sbrigarmi», «Veloce!» o «Potresti anche…?» sono onnipresenti nel linguaggio quotidiano, fa notare la linguista Mechthild von Scheurl-Defersdorf. Lei e il medico e neuroscienziato Theodor von Stockert hanno dato il via al progetto comunicativo-linguistico Lingva Eterna, che raccomanda la consapevolezza per ogni parola ed espressione usata. Ad esempio: perché non parliamo più spesso di “tempo libero”, “tranquillità” o “calma”? Nelle carte, con cui si possono esercitare le massime di Lingva Eterna e intitolate “Il potere del linguaggio”, von Scheurl-Defersdorf consiglia una formulazione rassicurante: «Calma, calma!». La linguista dice: «Un linguaggio assertivo ha ottime ripercussioni sull’atteggiamento di una persona e le rende più semplice raggiungere i propri obiettivi.»

2. Tranquillità grazie al futuro

L’uomo moderno fa tutto contemporaneamente, anche nel linguaggio: «Domani andiamo al cinema», «Dopo ho una riunione», «La settimana prossima vado in vacanza». «La maggior parte delle persone usa il tempo presente per gli eventi contemporanei ma anche per quelli futuri» sottolinea von Scheurl-Defersdorf. «Così facendo trasporta il futuro nel presente».

Non è una sorpresa quindi se ci si sente sotto pressione di fronte a ciò che si avverte come impellente e contemporaneo. La via di fuga è ricorrere alla forma grammaticale futura. «È un sollievo formulare al presente solo ciò che lo è davvero» dice von Scheurl-Defersdorf. Quindi non diciamo più «Domani devo fare la dichiarazione dei redditi» ma «Domani mi dedicherò alla dichiarazione dei redditi». Suona anche più probabile che lo si farà davvero.

3. Si deve dovere meno

Un elemento linguistico antifelicità è il “devo”. L’opinionista Meike Winnemuth ha detto: «Devo, devo, devo: è ormai una regola linguistica consolidata quando si parla di piani futuri». Sullo Stern ha scritto: «Spesso è un problema di formulazione che permette di riprendersi la libertà di decidere e di liberarsi da una presunta schiavitù».

Da questo punto di vista è perfettamente in linea con i linguisti. «Devo andare a Berlino domani»?. No: «Andrò a Berlino domani» secondo la formulazione proposta da Lingva Eterna. Anche gli altri verbi modali – potere (spesso usato nella versione negativa: “non posso”) e volere – sono spesso superflui. «Le persone di successo non ricorrono a verbi servili – fanno le cose, invece di doverle, poterle o volerle fare» spiega von Scheurl-Defersdorf.

4. La grammatica contro le pene d’amore

Non vale solo per il futuro: un linguaggio chiaro può dare serenità anche in riferimento a eventi passati. Nel suo libro In der Sprache liegt die Kraft [Nella lingua c’è la forza, N.d.T.], pubblicato da Herder, von Scheurl-Defersdorf fa l’esempio di un’insegnante che spiega alla classe la differenza tra due forme del passato, il passato prossimo e il passato remoto. Qual è la differenza tra «Eva mi ha lasciato» (passato prossimo) ed «Eva mi lasciò» (passato remoto)?

La risposta degli studenti è stata unanime: la frase al passato remoto trasmette l’idea di minori pene d’amore! Perché, come dice von Scheurl-Defersdorf, «il passato prossimo scatena un vortice di emozioni in quanto è ancora vicino. Il passato remoto descrive qualcosa che è avvenuto nel passato. È fattuale, trasmette serenità e calma interiore». È un modo per mettere da parte nella propria mente le cose che si ritengono concluse. Provate voi stessi: «L’anno scorso sono stato in ospedale». O: «L’anno scorso andai in ospedale».

5. Litigare come un politico professionista

La ricercatrice Elisabeth Wehling, che si occupa dei processi cognitivi e di linguaggio e che aiuta i politici a comunicare in modo efficace, ha in serbo anche per la gente comune consigli utili per collocare i messaggi nei giusti “frame”. Per “frame” si intende un quadro interpretativo o, come lo formula lei, «il rapporto con la conoscenza globale» di un’idea o di una parola. «Sentirsi gravati dal punto di vista psicologico è possibile perché si sa cosa vuol dire sentirsi gravati fisicamente» spiega.

La specializzazione di Wehling sono i frame morali, come è spesso il caso nella politica, ma anche in famiglia, quando ad esempio si litiga per i soldi. «Immaginatevi una madre che considera il risparmio il valore più importante di tutti, mentre il figlio trova estremamente importante la generosità. Si viene a creare in fretta un conflitto» spiega. Supponiamo che il figlio regali al nipote un costoso modellino di nave: la madre lo potrebbe rimproverare per l’ennesima volta di essere uno spendaccione. «Per il figlio sarebbe poco saggio ribadire che non è uno spendaccione» dice Wehling. «Negare un’idea significa attivarla – e finirci invischiati – e vedere la questione nei termini della madre». Sarebbe meglio, secondo l’esperta, se il figlio trovasse un frame per il suo sistema di valori, se parlasse di quanto trova importante la generosità e dicesse che l’avarizia della madre lo disturba.

6. Architettare la frase

La linguista consiglia di rinunciare al cosiddetto “hedging”, vale a dire a formulazioni complicate come «Vorrei ben presumere che» o «Vorrei far notare che». La tendenza a questi riempitivi è tipica soprattutto delle donne nelle situazioni in cui la cortesia è particolarmente importante. Ma andrebbero repressi, ad esempio, nei colloqui lavorativi. «La parola hedging viene da hedge, siepe» spiega Wehling. «E nell’hedging i messaggi sono nascosti dietro a siepi che allontanano l’ascoltatore dal contenuto delle parole. Rinunciarvi significa mostrare al potenziale datore di lavoro che si è in grado di dire anche le cose più difficili».

(continua)


Di I. Lehmann e B. Strohmaier, «Rhetorik-Kniffe, die das ganze Leben verbessern», Die Welt, 25 marzo 2015

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