Il mistero di Teotihuacan

La concorrenza avrebbe distrutto una misteriosa metropoli messicana

Teotihuacan è considerata la madre delle città dell’America centrale. Perché allora è stata abbandonata nel VII secolo? Un’archeologa crede sia dovuto alla concorrenza tra i produttori di oggetti di lusso.
Di Florian Stark

Per i posteri, le rovine di Teotihuacan sono state considerate «il luogo in cui gli uomini diventano dèi». Perché già al tempo in cui i primi spagnoli mettevano piede sulle coste del Messico, ci si era dimenticati chi avesse costruito le enormi piramidi e le piazze mozzafiato della città situata a 50km a nord-est di Città del Messico. Attorno al 500 d.C., con i suoi quasi 200.000 abitanti, Teotihuacan era una delle città più grandi al mondo. E anche una delle più sorprendenti. Qui non c’erano né auto, né armi o arnesi in metallo, né una lingua scritta.

Perché questa città, che è stata definita spesso dagli archeologi “la madre delle culture dell’America centrale”, sia stata abbandonata nel VII-VIII secolo d.C., è una delle domande maggiori dell’antropologia precolombiana. Oggi Linda Manzanilla della Universidad Nacional Autonóma di Città del Messico propone una nuova spiegazione: le tensioni tra le élite cittadine e i governatori regionali di ogni distretto avrebbero portato al collasso di questa società estremamente complessa. Nella rivista scientifica “Proceedings of the National Academy of Sciences” (PNAS) l’archeologa traccia un quadro della complicata vita della metropoli. Linda Manzanilla ritiene che il vulcanismo nella valle del Messico ne abbia favorito l’ascesa: l’eruzione del vulcano Popocatepetl nel I secolo d.C. avrebbe spinto molti stranieri a stabilirsi a Teotihuacan. La ricercatrice fa poi riferimento al vulcano Xitle, che aveva provocato movimenti migratori simili nel IV secolo. Teotihuacan divenne presto una calamita per diversi gruppi etnici. Come mostrano le analisi del DNA e i reperti rinvenuti, gli abitanti della città provenivano da molte parti dell’odierno Messico – Chiapas, Oaxaca, Puebla o Veracruz. Non sappiamo però quale élite organizzasse la coesistenza di questi gruppi.

Calamita per migranti

Forse c’erano una teocrazia e un impero tributario a gestire la città. Per secoli si è andati avanti senza scrivere nemmeno una parola. A meno che in un quartiere della città vengano rinvenute tracce di scrittura, bisogna presumere che i governatori urbani gestissero l’amministrazione cittadina senza fare ricorso alla lingua scritta.

L’élite aveva diviso la città in quartieri nettamente separati gli uni dagli altri. Ci vivevano e lavoravano persone specializzate in attività artigianali, che possibilmente avevano la stessa estrazione sociale o una molto simile. E forse gli abitanti di quartieri diversi parlavano anche lingue diverse. Nel corso dei secoli, Teotihuacan non aveva perso la sua attrattiva di “calamita per migranti”: la sua capacità di integrazione era anzi impressionante.

La società cittadina «traeva beneficio dall’erudizione, dalle conoscenze tecniche e dall’esperienza che gli stranieri portavano nella città» scrive Manzanilla. In particolare, l’archeologa si è dedicata al settore Teopancazco nel sud della città, i cui abitanti avevano a quanto pare un collegamento speciale con il mare, distante circa 250 km, dato che solo in questo quartiere venivano prodotti capi di vestiario ornati di conchiglie. Articoli molto richiesti dalla classe dominante.

Contraddizioni interne

Il quartiere La Ventilla era specializzato nella realizzazione di gioielli fatti con pietre preziose. Linda Manzanilla ritiene che le élite locali di ogni quartiere fossero in concorrenza tra loro per conquistarsi il favore della classe dominante. «Proprio questa concorrenza ha portato a una società complessa e piena di contraddizioni interne» scrive Manzanilla. E sono queste tensioni che hanno determinato il crollo della metropoli.

Il fatto che la città non sia stata vittima di invasioni è stato riconosciuto subito dagli archeologi. Tra la fine del VI e l’inizio dell’VIII secolo gli edifici principali della città, lungo la cosiddetta Strada dei Morti, vennero dati alle fiamme dagli stessi abitanti. È possibile, conclude Linda Manzanilla, che l’equilibrio tra gli interessi centrali e locali si fosse spezzato.

Solo pochi mesi fa gli scienziati messicani hanno scoperto un tunnel tra la Piramide del Sole e il tempio del Serpente in cui erano stati messi in salvo decine di migliaia di artefatti. Forse si tratta dell’ingresso al regno dei morti, in cui l’élite avrebbe dovuto incontrare i suoi membri ormai defunti. Questo poteva avvenire nelle caverne che sono state trovate alla fine del tunnel. Se vi si dovessero rinvenire le spoglie mortali di principi o sacerdoti, si sarebbe un passo più vicini alla comprensione del mistero di Teotihuacan.


Florian Stark, «Wettbewerb zerstörte Mexikos mysteriöse Metropole», Die Welt, 17 marzo 2015

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