Oleodotto sì, oleodotto no

Keystone XL, la patata bollente di Obama

Di Audrey Garric

Demonizzato degli ecologisti americani, fonte di imbarazzo per la Casa Bianca, l’oleodotto Keystone XL, che potrebbe portare ogni settimana milioni di petrolio estratti dalle sabbie bituminose del Canada fino al Golfo del Messico, solleva questioni economiche e ambientali che l’hanno reso nel tempo il pomo della discordia tra democratici e repubblicani. Mercoledì 25 febbraio il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha posto il suo prevedibile veto a un testo votato dal Congresso con cui si autorizza la costruzione dell’oleodotto. Obama ha bloccato l’iniziativa dei rappresentanti bacchettando la forma, non il contenuto.

Cos’è Keystone XL?

Keystone XL (KXL) è il progetto di un oleodotto gigante tra Canada e Stati Uniti, lanciato nel 2008 dal consorzio TransCanada. Con un costo previsto di 5,3 miliardi di dollari (4,7 miliardi di euro), l’oleodotto dovrebbe portare ogni giorno verso le raffinerie texane del Golfo del Messico 830.000 barili di greggio estratto nelle sabbie bituminose dell’Alberta. Il tracciato, lungo circa 1.900 km – di cui 1.400 sul territorio americano – collegherà Hardisty (nella regione dell’Alberta) a Steele City (in Nebraska), con collegamenti vari ad altre condutture esistenti o future. L’obiettivo del progetto è dimezzare il tracciato attuale dell’oleodotto Keystone, che dal 2010 collega la regione di Alberta all’Illinois. La sezione meridionale, tra il Nebraska e il Texas, funziona già. TransCanada sperava di avere il via libera da Barack Obama così che l’intero sistema fosse operativo dal 2015.

Quali sono le conseguenze sull’ambiente?

Nel tracciato iniziale, la sezione tra Alberta e il Nebraska era stata criticata dagli oppositori al progetto per gli alti rischi che le perdite di petrolio rappresentano per le riserve naturali di Sand Hills e il loro fragile ecosistema. Gli oppositori ricordano anche che l’oleodotto iniziale, Keystone, ha già avuto una decina di perdite nei primi anni di funzionamento, che nel Dakota del Nord ammontavano a quasi 80.000 litri. Proprio per questa ragione nel gennaio del 2012 Barack Obama ha deciso di non accordare il permesso alla costruzione e di sollecitare uno studio sull’impatto ecologico.

Da allora, TransCanada ha rivisto il progetto e ha proposto un nuovo tracciato, che dovrebbe essere più ecosostenibile e che eviterebbe le zone più delicate. I repubblicani, appoggiati dal conservatore canadese Stephen Harper, ribadiscono che l’oleodotto è un mezzo di trasporto più sicuro delle rotaie o della strada e fanno notare che il Paese è già attraversato da una rete di condutture.

oleodotto

Gli ecologisti criticano anche la fonte del greggio che verrebbe trasportato. Le sabbie bituminose dell’Alberta, sacche petrolifere viscose non convenzionali formate da un miscuglio di sabbia e argilla, richiedono un processo di estrazione che consumano più energia e acqua degli idrocarburi tradizionali.

Inoltre, l’industria produce un grande volume di gas a effetto serra, dalle 3 alle 4,5 volte maggiori di quelli derivanti dal petrolio convenzionale. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista britannica Nature Climate Change nell’agosto del 2014, l’entrata in servizio di Keystone XL si tradurrebbe in un aumento delle emissioni di gas serra di 110 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, «quattro volte di più delle alte stime del dipartimento di Stato americano», che ha stimato 27,4 milioni di tonnellate. Lo stesso governo di Stephen Harper aveva riconosciuto in un documento consegnato alle Nazioni Unite nel dicembre del 2013 che le emissioni del Canada sono destinate ad aumentare negli ultimi anni. La regione più colpita sarebbe proprio l’Alberta, che aumenterà le emissioni di CO2 del 40% tra il 2005 e il 2030.

Quali sono le ricadute economiche?

Trasportando 830.000 barili di greggio al giorno, Keystone XL permetterebbe, secondo i suoi difensori, di ridurre la dipendenza energetica americana verso Venezuela e Medio Oriente del 40%. Gli oppositori, dal canto loro, fanno notare che Keystone non avrebbe alcun impatto sull’autonomia energetica degli Stati Uniti perché la maggioranza del petrolio inviato verso le raffinerie sarebbe poi esportato verso l’Europa e l’America Latina.

Keystone XL crea controversie anche in merito all’impatto sul mercato del lavoro. TransCanada stima che sarebbero creati circa 40.000 lavori indiretti e diretti, generando più di 2 miliardi di dollari (1,75 miliardi di euro) di reddito. Gli oppositori, dal canto loro, spiegano che il progetto creerebbe in realtà solo 35 lavori permanenti per la manutenzione, privando il settore dell’energia verde di miliardi di possibili impieghi. È la stessa posizione di Barack Obama: il Presidente stima che la costruzione – della durata di uno o due anni – darebbe lavoro a 2.000 persone, ma poi sarebbero disponibili solo «tra i 50 e i 100 lavori permanenti, in un mercato totale di 150 milioni”.

A che punto è il progetto?

Il 13 febbraio, il Presidente repubblicano della Camera dei rappresentanti ha firmato la legge che autorizza la costruzione dell’oleodotto, dopo il voto positivo della Camera il 9 gennaio e quello del Senato il 29 gennaio. Barack Obama ha posto il veto non tanto per il contenuto, ma per la forma del testo, che lo priva del potere di accordare a TransCanada il permesso di costruire. Una prerogativa che il Presidente degli Stati Uniti vuole conservare eccome. Il Capo dello Stato è in attesa dei risultati del dipartimento di Stato sulle conseguenze per gli Stati Uniti di questa costruzione.

Obama, che ha fatto della lotta al riscaldamento globale un punto cardine del suo secondo mandato, aveva detto durante un discorso pronunciato nel giugno del 2013, che avrebbe dato il nulla osta al progetto solo se l’oleodotto non avesse «inasprito il problema climatico». Una posizione che mantiene, a nove mesi di distanza dalla conferenza mondiale sul clima di Parigi di dicembre, nel corso della quale si potrebbe firmare un accordo per non far aumentare il riscaldamento globale oltre i 2° C.

Keystone XL vedrà la luce del giorno?

In caso di veto, i repubblicani avranno la possibilità di chiedere una nuova votazione, ma ci vorrà una maggioranza dei due terzi, il che richiederebbe il sostegno improbabile di molti democratici.


Audrey Garric, «5 questions sur Keystone XL, l’oléoduc qui embarrasse Obama»Le Monde, 25 febbraio 2015

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. fausto ha detto:

    Interessante. Pare – e dico pare – che il veto sia scattato anche per motivi prosaici. La bolla del greggio non convenzionale volge al termine, con questi prezzi non si regge in piedi. A soffrire di più sono in realtà gli operatori canadesi: forse qualcuno ha fatto delle considerazioni circa l’affidabilità delle riserve dichiarate da quelle parti.

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