Quando il morto non vuole decomporsi

I cadaveri che non vogliono decomporsi

Aspettano il giudizio universale: Andreas Ströbl, esperto di sepolture, ci dice perché secondo lui tanti corpi non vogliono decomporsi.
Di Claudia Becker
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QUATTRO DELLE UNDICI MUMMIE CONSERVATE NELLA CRIPTA SOTTO ALLA CHIESA DI ILLMERSDORF, A SUD-EST DI BRANDEBURGO. A SINISTRA, LE SPOGLIE DI CASPAR ERNST VON NORMANN, COSTRUTTORE DELLA CHIESA MORTO NEL 1748. LE CARATTERISTICHE STRUTTURALI DELLA CRIPTA HANNO IMPEDITO AI CORPI DI DECOMPORSI

Chi vuole raggiungere Andreas Ströbl al telefono deve provare diverse volte. Perché Andreas di solito lavora in posti in cui i cellulari prendono male. Ma una volta raggiunto, non meravigliatevi di sentirlo dire: «Sono tra due bare ora. Ci sentiamo più tardi». Ne vale la pena.

Andreas Ströbl è un archeologo specializzato in sepolture. Ha appena reinterrato il cadavere di Anton Ulrich, principe guelfo morto nel 1714, nella cripta di Wolfenbüttel, vicino a Braunschweig. Per la prima volta dalla sua morte, avvenuta 301 anni fa, le spoglie sono state rimosse dalla bara per permetterne il restauro.

Quando Andreas Ströbl ha aperto la bara, il vento della storia gli è soffiato sul viso. Anton Ulrich, che a causa del suo zelo per la cultura, del suo impegno per il progresso e dell’amore per il lusso più ostentato si era guadagnato il nome di “piccolo Re Sole”, portava ancora la cappa di velluto e la parrucca bionda con cui era stato sepolto.

La tomba. Quello che i film horror e i racconti di paura ci descrivono come un luogo di terrore, è per Andreas Ströbl un luogo di ricerca e profondo rispetto. Lo storico d’arte è uno dei tre studiosi che si sono iscritti al “Centro di ricerca sulle cripte”, con sede Lubecca, che si occupa di archeologia sepolcrale e cultura dell’inumazione. Assieme a lui, Regina Ströbl e Dana Vick lavorano per documentare le moderne camere sepolcrali e i mausolei e per ridare dignità ai luoghi di sepoltura.

Per questi scienziati, le spoglie che trovano nelle camere sepolcrali non sono semplice materiale organico. Sono i resti di persone con una storia e un destino e parenti che li hanno pianti. Non c’è niente che ribadisca meglio il concetto quanto un corpo mummificato.

Unghie e ciglia ben conservate

«Uno scheletro è molto più astratto» spiega Ströbl. «Ma quando si vede la mummia di una bambina di circa due anni, con il suo vestitino, le unghie ben conservate e le ciglia – allora ci si rende conto delle lacrime versate per quel bambino e del dolore dei genitori. Quando poi sei tu stesso padre di una bambina, l’emozione è ancora più grande.»

Le mummie rinvenute nelle camere sepolcrali tedesche non sono un fenomeno raro. Ma non ci sono cifre precise che le quantifichino. Solo nelle cripte della Germania est, secondo Ströbl, riposano «centinaia, forse migliaia» di corpi che non si decompongono. Per Andreas Ströbl non rappresentano un mistero. Anche se su alcuni incombono terribili leggende.

Come ad esempio il cavaliere Kahlbutz di Brandeburgo. Il gentiluomo, morto nel 1702, oggi si trova nella chiesa locale sotto una lastra di vetro. Il fatto che da più di 300 anni non si voglia decomporre è stato fonte di mistero ed entusiasmo per gli amanti del brivido. Il cavaliere infatti avrebbe dichiarato di fronte al tribunale in cui era stato accusato dell’omicidio di un rivale di essere innocente. Che potesse il suo cadavere non decomporsi, se avesse detto il falso!

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La mummia del cavaliere Kahlbutz nella cripta della chiesa di Kampehl (Brandeburgo)
è da secoli una grande attrazione.

Ad Andreas Ströbl scappa un sorriso quando sente parlare di mistero. «Stupirsi di questo fenomeno è come urlare: “Che meraviglia!” di fronte a un prosciutto serrano». Il cavaliere Kahlbutz è una mummia come tante, il cui corpo si è rapidamente seccato visto l’ambiente poco umido e l’efficiente sistema di aerazione. In Europa ce ne sono migliaia, di mummie così.

Sono soprattutto le mummie della cultura buddista ad attirare su di sé l’attenzione del pubblico. Poche settimane fa, gli investigatori hanno scoperto in Mongolia la mummia di un monaco buddista destinata al mercato nero.  Era nella posizione del loto, cosa che ha spinto gli scienziati buddisti a dichiarare che si trattava di un santo che non era morto, ma stava solo meditando. Nelle scorse settimane ha fatto notizia la statua di un Buddha cinese. Le ricerche condotte da uno scienziato nederlandese hanno mostrato che al suo interno si trovava la mummia di un monaco.

Per noi il culto orientale del corpo come contenitore dello spirito potrebbe essere strano. E ancora di più l’idea che la carne non sia morta, ma solo in una particolare condizione di riposo. Ma chi parla con Andreas Ströbl scopre che ci sono anche spiegazioni cristiane del perché nelle cripte tedesche ci siano così tante mummie.

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Il cadavere mummificato di una donna nel cimitero di Xiaohe nella regione occidentale cinese del Xinjiang. I frammenti intorno al collo sono parte del corredo funerario – un formaggio invecchiato 400 anni.

La questione non è tanto di quando l’uomo risorgerà – se dopo la morte o solo nel giorno del giudizio. Il punto è: con quale corpo continuerà a vivere? «Sia nel protestantesimo che nel cattolicesimo la domanda non trova una risposta univoca» dichiara Andreas Ströbl. «Credo resurrectionem carnis» diceva il Credo degli Apostoli: «Credo nella risurrezione della carne». Nella teologia moderna, l’idea dominante è che si tratti di un corpo trasformato, trasfigurato, quello con cui dopo la morte l’anima sarà riunita nel giorno della risurrezione. Oggi diciamo: «Credo nella risurrezione dei morti», ma la professione di fede nella risurrezione della carne è stata formulata fino agli anni ’60 del secolo scorso. La sua tradizione millenaria faceva sorgere non pochi dubbi, tanto che lo stesso Martin Lutero pensò di esprimere la propria visione dell’aldilà.

Lutero abolì infatti il purgatorio come luogo in cui le anime potessero purificarsi nel tormento dopo la morte. Per lui i morti trascorrevano il tempo fino al giorno del giudizio in un lungo sonno. L’idea di una risurrezione della carne come quella descritta da Paolo e presentata nell’Apocalisse di Giovanni appartiene ad ogni modo alla professione di fede della prima parte dell’età moderna.

Una maggiore attenzione per le spoglie

E c’è un’altra cosa che la Riforma ha ridimensionato: il culto delle reliquie. Lutero non credeva nella venerazione dei presunti chiodi della croce di Gesù, o dei denti che forse erano stati strappati a un apostolo. I credenti però non erano ancora pronti a rinunciare a tutte quelle cose. Ströbl e le sue colleghe ritengono quindi che «reprimere il culto delle reliquie abbia portato a una maggiore attenzione nei confronti delle spoglie».

È per questo che così tante cripte sono state attrezzate con finestre e vie di aerazione che permettono di non far decomporre i corpi?

«Non sappiamo se le cripte servissero principalmente per la conservazione dei corpi,» dice Andreas Ströbl. «ma possiamo immaginare che con i pozzi di ventilazione si volesse conservare il cadavere. Forse si credeva che così il giorno del giudizio avrebbe presentato meno problemi. Della serie: meglio essere pronti a tutto».

Ströbl e le colleghe richiamano nella loro tesi un manoscritto del 1710 della chiesa parrocchiale di Berlino, in cui l’autore sembra sostenere che le cripte servano a scoraggiare la decomposizione del corpo. Tradizionalmente, la mancanza di decomposizione fisica è vista come una grazia divina, il segno che il defunto è un uomo puro, quasi un santo.

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Una scansione TC di una mummia. La mostra  «Ancient lives, new discoveries» [“Vite antiche, nuove scoperte”, N.d.T.] del British Museum di Londra ha svelare i segreti delle mummie con l’aiuto della moderna tecnologia.

Si dice che il corpo di Michelangelo a settimane di distanza dalla morte non mostrasse pressoché alcuna traccia di decomposizione. Nel 1933 il corpo della suora canonizzata Catherine Labouré è stato trovato ancora integro. Oggi è esposto in una teca di vetro in una chiesa di Parigi.

Sotto la chiesa parrocchiale di Berlino riposano circa 90 mummie: tutti personaggi delle classi più alte della città, che potevano permettersi di pagare un luogo di sepoltura così costoso. A metà degli anni ’90, gli scienziati hanno cominciato a esaminare le camere di sepoltura più da vicino. Negli anni 2000 e 2001 Ströbl era lì per documentare l’inventario della cripta. Per mesi ha catalogato circa 120 bare. La sua tesi di dottorato era «Lo sviluppo della bara in legno dal Rinascimento al storicismo”.

Dal XVII secolo in poi sono stati sepolti esattamente 560 morti nelle 30 camere sepolcrali. Lo speciale sistema di aerazione ha fatto in modo che la maggior parte dei corpi non si decomponesse. Ma mentre la natura ha in gran parte risparmiato i cadaveri, la gente non ha fatto lo stesso. Per anni è stato relativamente semplice scendere nelle stanze buie: per decenni i tombaroli sono entrati nella cripta alla ricerca di gioielli e altri preziosi, molti ci sono andati per una prova di coraggio, e diversi studenti di medicina hanno usato parti di cadaveri come materiale da dissezione.

La Mummia che legge il giornale

Nel 1986 si sono infiltrati nella cripta delle persone con uno strano senso dell’umorismo: hanno trascinato fuori un cadavere, l’hanno posizionato sui gradini della stazione della metropolitana Klosterstraße e gli hanno messo in mano il “Neues Deutschland”. Visti i capelli rossi, e forse anche per il giornale che teneva in mano, l’hanno ribattezzata Else La Rossa.

Andreas Ströbl trova la cosa inconcepibile. Mettere in mostra i cadaveri – «è immorale» dice. E la mostra di Gunther von Hagen, “Körperwelten”? «Mostruosa» dice Strobl. «Ripugnante». Una cosa che proprio non si fa.

«Noi documentiamo, ma non apriamo le bare chiuse» dice Ströbl. «A meno che non debbano essere restaurate». Come nella cripta guelfa di Wolfenbüttel, dove Ströbl ha dovuto spostare temporaneamente il corpo di Anton Ulrich. E l’ha fatto con grande cura. Anton Ulrich, che ha sempre puntato molto sulla bella presenza, sarebbe stato contento di sapere che la sua parrucca è ancora al suo posto.


Claudia Becker, «Diese toten Körper verwesen einfach nicht»Die Welt, 5 marzo 2015

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