Dal Giappone con furore. E ordine. Soprattutto ordine. (II)

È nata la prima stella mondiale del riordino

Giusto in tempo per le pulizie di primavera, Aaf Brandt Corstius ha scoperto la guru giapponese del riordino Marie Kondo ed è finita nel «tunnel in cui non fai altro che riordinare».
Di Aaf Brandt Corstius

(continua da qui)

Dilemmi

Ovviamente Kondo rimuove tutta questa roba secondo un ordine preciso. Prima le cose più facili da eliminare, i vestiti, poi tutti gli oggetti che si portano dietro un dilemma da riordino, ovvero fotografie, vecchie lettere d’amore, disegni dei figli.

Io ho appena finito con la categoria “libri”, e solo per quella ci ho messo circa un mese. Mi sono attenuta al verbo del Konmari, cioè non mi sono fermata a leggere ogni libro per rallentare così il processo. Ora ho iniziato con i vestiti. In realtà per Kondo bisogna fare al contrario: prima i vestiti. Ma dato che serviva spazio in salotto per far posto a un camino, i libri hanno avuto la precedenza.

E non solo c’è un ordine, ma c’è anche un principio. Un solo principio per decidere, mentre lo si ha tra le mani, se tenere o gettare un oggetto. Davanti a ogni oggetto toccato e osservato durante il riordino, occorre chiedersi: «Ne ricavo felicità?».

E questa secondo me è l’essenza del Konmari. L’espressione inglese, anche questa diventata un must tra le foto dei sacchi della spazzatura postate dai seguaci del metodo sui social media, è “to spark joy”. Se nel prendere in mano una vecchia t-shirt avvertiamo un’ondata di gioia, possiamo tenerla. Ma se la maglietta non genera più nessuna gioia, la dobbiamo buttare.

E non è affatto un brutto principio.

Fogli e lettere

Per quanto mi riguarda, non me la cavo male nel buttare via la roba, ma i miei criteri erano un bel po’ più permissivi del semplice «Sento o non sento un’ondata di gioia?». Conservavo diversi cavi di cui non mi facevo nulla perché pensavo “forse questo cavo un giorno mi verrà improvvisamente utile per un dato apparecchio”. Conservavo mucchi di lenzuola per l’eventuale arrivo di un gruppo di ospiti, servizi di posate per pranzi di gala. Conservavo vecchie chincaglierie solo perché erano state chincaglierie di persone venute a mancare. Conservavo libri pensando “questo lo leggerò più avanti”.

Tutte quelle cose non producevano alcuna gioia in me.

Questo Marie Kondo lo vieta. Sui libri, il mio primo progetto di riordino, l’autrice ha una teoria interessante, pragmatica, divertente e soprattutto vera. «I libri sono composti principalmente da carta, fogli di carta con sopra stampate lettere collegate tra loro. Il loro scopo è che vengano letti, che portino informazioni al lettore. […] Che restino fermi su una mensola, non ha alcuna utilità». Questo approccio quasi autistico al riordino è tipico di Kondo.

E tutti quei libri che vorresti leggere un giorno e che quindi vengono conservati sulle mensole? «Quel giorno non arriverà mai» dice Kondo. Perché un’altra delle sue doti è la laconicità.

Un’altra ragione per cui il mio riordino (leggasi: buttare via roba) non è mai andato troppo spedito è questa: per anni mi sono affidata alle comodissime scatole di IKEA e HEMA. Se le cianfrusaglie stavano in una scatola in perspex, pensavo di averle messe in ordine.

Assuefazione

Kondo vieta anche questo. «Mettere via le cose crea l’illusione che il problema sia risolto, ma prima o poi tutte gli scatoloni saranno pieni». Occorre che qualcuno te lo dica in faccia, per capirlo.

Nel suo libro, Kondo si è rivolta a me con una sincerità e un rigore tipicamente giapponesi, e con lo stesso rigore ho iniziato a girare per casa chiedendomi quali oggetti producessero ancora gioia in me. Kondo vieta di prendere la cosa alla leggera, quindi non si può semplicemente far scorrere un dito sui vari libri accatastati su una mensola, prenderne uno a caso e buttarlo via. No, tutti i libri vanno tolti dalla mensola, messi sul pavimento e toccati uno a uno. Solo così la gioia emerge. O non emerge.

Risultato: buttare via roba inutile crea quasi assuefazione. Un giornalista di nome James Altucher, ho letto sul suo blog, ha letto il libro di Kondo perché doveva intervistarla. In seguito lui e la sua ragazza hanno iniziato a buttare via oggetti per fare un esperimento. «Una volta che abbiamo iniziato a buttare via roba, non siamo più riusciti a smettere. Abbiamo buttato via tutto». Ha riempito trenta sacchi dell’immondizia e venti scatoloni.

Non arriverò mai a quel punto, ma lo capisco benissimo, e io stessa sono a quota dieci sacchi dell’immondizia. Durante una sessione-Konmari, alcune settimane fa, con il mio compagno ho passato in rassegna mezza libreria. Dopo aver buttato via il libro fotografico Cheap Hotels, a cui un tempo ero molto affezionata, e un vecchio libro di testo su Tacito, fonte di nostalgia, la strada si è fatta in discesa. A un certo punto il mio compagno mi ha fermata. «Non devi buttarli tutti, i libri. Creano una bella atmosfera, e dopotutto non sono una parte di te?».

Sì, ma non devo per forza averli davanti agli occhi. E Kondo ha ragione quando dice che è molto più bello avere uno scaffale pieno di libri preferiti piuttosto che di libri ancora da leggere. È come avere uno scaffale pieno di compiti.

Shopping

Dopo aver finito con i libri e aver iniziato con i vestiti, ogni giorno mi chiedevo almeno un paio di volte se quel maglione o quei pantaloni generassero ancora felicità in me, e inoltre mi ponevo involontariamente la stessa domanda quando ero alle prese con cose diverse dal riordino. Una vecchia conoscenza che mi ha chiesto di vederci – avevo davvero voglia di vederla o lo facevo per abitudine? In altre parole: la vecchia conoscenza generava gioia in me? Un corso che si faceva sempre più pesante e dispendioso: percepivo ancora la gioia di farlo oppure era diventato un dovere?

Anche lo shopping, in passato un mio grande hobby, lo percepivo ormai più come un accumulare roba di cui avrei dovuto liberarmi tra due anni. Inoltre, da Zara o H&M, guardavo i vestiti più a lungo e in modo più critico rispetto al passato. Mi renderanno felice? Oppure lo faccio solo perché sono in saldo?

Calzini maltrattati

All’improvviso ho capito perché diverse clienti di Marie Kondo, come lei descrive con orgoglio all’inizio del libro, dopo aver compiuto un riordino colossale decidono perfino di divorziare o di cambiare lavoro oppure ancora di perdere un sacco di chili. Evidentemente anche il loro marito o il loro lavoro non generavano più gioia. Questo è successo perché, nel far passare migliaia di oggetti nelle loro case, continuavano a porsi la stessa domanda: questo mi rende felice? Probabilmente la domanda è emersa anche in altri campi.

Non sono diventata un’adepta. Alcune cose della dottrina Konmari non le farò mai. Non svuoterò mai, perché sono troppo pigra e troppo normale per farlo, la borsa ogni sera quando rincaso, così che possa riposare. Non metterò mai i calzini nel cassetto tenendoli dritti e allineati tra loro, ma continuerò a metterli insieme alla rinfusa, per quanto Kondo lo ritenga un maltrattamento dei calzini. «I calzini nel cassetto sono in vacanza».

Ma temo, anzi, spero che la domanda “Does it spark joy?” mi resterà in testa per il resto della vita. È una delle domande più comode che mi sia mai posta.


Aaf Brandt Corstius, «De eerste opruimcelebrity van de wereld is opgestaan»De Volkskrant, 28 febbraio 2015

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