Sprazzi di meritocrazia

Birdmania

Di Richard Brody

Alejandro González Iñárritu accepts the Best Picture prize for “Birdman,” surrounded by the film’s cast and crew.

La Birdmania impazza a Hollywood. Birdman ha vinto quattro premi, e di quelli importanti, agli Oscar di domenica: miglior film, miglior sceneggiatura originale, miglior regista, ad ‎Alejandro González Iñárritu, e miglior fotografia. Come sospettavo, il successo di Boyhood è stato troppo precoce. (Il suo unico premio è stato quello di miglior attrice non protagonista, andato a Patricia Arquette). Girato nel corso di dodici anni, il film di Richard Linklater, per quanto ipocrita riguardo alla gioventù virtuosa e ai valori della famiglia, resta un film leggermente migliore. Le percezioni del regista sono più fini e subdole, il suo senso dell’ambiente più autentico, le sue composizioni sia più precise che meno nervose. Linklater vede; Iñárritu mostra.

Ma, cosa più importante per la giuria degli Oscar, Birdman mostra il suo lavoro. Il film esalta la comunità degli attori per la disciplina che devono osservare – ed esalta inoltre la loro convinzione per cui la volontà prevarrà sul carisma. La sequenza apparentemente continua del film (che in realtà è, ovviamente, una serie di riprese molto lunghe collegate tra loro) è una notevole performance di regista e cast – un’assimilazione degli attori di cinema al mondo degli attori di teatro. E non esiste recitazione più venerata a Hollywood di quella composita, tecnicamente sofisticata della recitazione teatrale – in particolare del teatro britannico, una tradizione che a sua volta mostra il suo lavoro. Il lavoro può essere controllato: si può studiare più duramente, fare ricerche più approfondite, spingersi oltre il limite. Il carisma, quel potere naturale che un grande attore cinematografico esercita senza far nulla, è preoccupante perché l’artista non lo può controllare: si manifesta come grazia divina e altrettanto misteriosamente può sparire. Birdman vince, in verità, in risposta alle paure di un mondo in cui i tempi d’oro possono svanire all’improvviso.

La paura è sembrata essere il fattore chiave nell’organizzazione e nella messa in scena delle pacate e turgide cerimonie della notte scorsa. Il presentatore, Neil Patrick Harris, è un attore acuto e disinvolto, ma non è un improvvisatore di talento – non è un comico. È una presenza rassicurante da cui nessuno si aspetta deviazioni dal copione. Non appena incappa in una battuta poco felice (e il copione ipercensurato non gli permette molto altro), riesce subito a mettersela alle spalle come un commediante navigato. Gli Oscar devono ancora riprendersi dal fiasco di Brett Ratner: nel novembre del 2011 fu giustamente costretto a dimettersi da produttore dello show dopo aver usato un epiteto scurrile in pubblico. Ma il presentatore da lui scelto per l’edizione 2012, Eddie Murphy, rinunciò a sua volta poco dopo, e il suo vuoto non è ancora stato riempito degnamente (sono un fan di Elles DeGeneres, ma lo scorso anno mi è parsa troppo cauta).

La musica ha riempito gli spazi lasciati vuoti dalla comicità. Common e John Legend hanno tirato giù lo studio con Glory, tratta da Selma, e quando poco dopo hanno ritirato il premio per la miglior canzone originale, i loro discorsi, con riferimenti a Charlie Hebdo e ai fatti di Hong Kong, così come alle minacce al diritto di voto e alla truce ingiustizia delle incarcerazioni di massa degli afroamericani, sono finiti direttamente negli highlights della serata. E Lady Gaga – il cui talento, a mio avviso, è da sempre superiore alla sua immagine pubblica di ostentata spettacolarità – ha fatto suonare The Sound of Music, be’, come musica.

Il tributo smaccato e incredibilmente fuori luogo a quel musical insignificante, discutibile vincitore di cinque Oscar, tra cui quelli per miglior film e miglior regia, fa risaltare una tendenza contrastante e degna di nota: negli ultimi anni alcuni bei film hanno addirittura raggiunto le nomination, e in alcuni casi hanno perfino vinto. Grand Budapest Hotel si è aggiudicato a sua volta quattro statuette per costumi, sceneggiatura, trucco e colonna sonora. Vedere Wes Anderson tra i presenti e sentire i vincitori di queste categorie riservargli dei ringraziamenti meritati è un’esperienza piuttosto incredibile: non c’è regista più originale, audace e autenticamente profondo che si aggiri per Hollywood al giorno d’oggi. (Solo Terrence Malick gli si avvicina.) Il semplice fatto che lui e i suoi film si siano fatti applaudire agli Oscar è un segnale di grande progresso.

Sotto un altro punto di vista, servono ancora grandi miglioramenti. La quasi totale esclusione di Selma dai premi è iniziata con le nomination (soprattutto, credo, per miglior sceneggiatura e miglior attore). E, dalla grande domanda della serata – se il miglior film sarebbe andato a Boy… o a …man – è emerso con risalto ancora maggiore che nessuno dei film canditati al premio avesse una protagonista donna. (Ecco come ha fatto Julianne Moore, con una solida performance in un film triviale, a vincere come miglior attrice.) Dato che la maggior parte dei film in competizione sono film indipendenti, c’è un bisogno disperato di finanziatori indipendenti che sostengano lo spirito dei film più ambiziosi e personali dei nostri giorni, affinché i loro progetti abbiano una portata più ampia.

A livello emozionale sono più attratto dalle World Series [di baseball, ndt], perché il risultato finale riflette le performance dei team in competizione tra loro. Ma, dopo la finale, si fa tabula rasa e tutte e trenta le squadre ripartono con le stesse possibilità di vittoria. Gli Oscar, al contrario, divergono drasticamente dalla vera considerazione del merito, sia sul breve periodo, agli occhi degli appassionati, che a lungo termine, nella lunghissima storia del cinema. Eppure gli Academy Awards hanno un’importanza straordinaria per via della spinta che danno alla carriera. È come se le squadre che arrivano ai playoff comincino la stagione successiva con alcuni punti in più o con più scelte al draft. In questo senso, il merito legato ai premi di quest’anno è solo parziale. Non c’è niente come il premio a Martin Scorsese per The Departed per creare anticipazione – a meno che i quattro premi per Grand Budapest Hotel non si riveleranno una vittoria morale.


Richard Brody, «The Oscars 2015: For The Birds»The New Yorker, 23 febbraio 2015

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