Un ritratto di famiglia scavato nella pietra

Una famiglia preistorica al lavoro

Identificare tracce di bambini nei siti preistorici è molto raro, ma è proprio quello che hanno fatto alcuni archeologi in un sito danese.
Di Nicolas Constans

Le occasioni di avvicinarsi alla comprensione dell’uomo preistorico sono rare. Quello che la stampa, i film e i fumetti ci raccontano da 150 anni non cambia il fatto che è difficile far parlare i reperti. Le “tribù” preistoriche, i “clan”, i legami di sangue non lasciano nulla di tangibile dietro di sé. Specie perché gli archeologi non sanno davvero se i resti che esaminano sono di nomadi o di generazioni di uomini che hanno scelto un certo posto per il fascino e le comodità che offriva, come fiumi ricchi di pesce o selce in abbondanza.

Da qui l’interesse verso i siti scandinavi risalenti alla fine dell’era glaciale, tra i 10 e i 50 mila anni fa, che si trovano su terreni lasciati scoperti dal ritirarsi dei ghiacci. In queste regioni non c’è un proliferare di siti come in Francia, a Pincevent ad esempio, dove sono passate intere generazioni di archeologi negli ultimi cinquant’anni. La Danimarca e la Svezia sono il regno del minimalismo. L’uomo vi fa brevi apparizioni, con grande gioia degli archeologi: niente suoli calpestati, niente colpi di scopa di fine stagione – ebbene sì, è successo anche questo –, niente interferenze con l’analisi del sito. I nemici sono piuttosto i cicli di gelo e disgelo, gli slittamenti, i vermi e i microorganismi che smuovono il terreno distruggendo i resti organici che si potrebbe datare in maniera precisa.

Ecco perché il sito di Trollesgave, nella parte orientale della Danimarca, è stato datato solo nel 2013, 40 anni dopo la sua scoperta: avrebbe tra i 13.000 e i 12.000 anni. Lo studio dei reperti, iniziato negli anni ’80 e ’90, ha permesso di identificare individui diversi in base al modo diverso con cui tagliavano le pietre.

Si riesce quasi a immaginare la scena: un pianoro sabbioso ricco di betulle, salici e ginepri sulle rive di un lago. Vicino alla riva, trifogli d’acqua, abeti e altre piante aromatiche. Selce in abbondanza. “Hanno” costruito una capanna e c’è il fuoco acceso davanti all’ingresso. A qualche metro di distanza qualcuno, che chiameremo l’”esperto”, è seduto su un masso a preparare gli strumenti. È un tagliatore di pietre con molta esperienza. Di fianco a lui c’è un altro tagliatore di pietre, un principiante molto più maldestro: posiziona male la pietra, colpisce sui lati e la mano scivola creando un bordo smussato. A un certo punto, lui o qualcun altro raccoglie gli arnesi e li ripone nella capanna.

Poco distante c’è il terzo uomo, il “tagliatore di pietre mediamente esperto”. Anche lui fabbrica utensili in riva al lago. Non è maldestro come il secondo ma ha chiaramente qualche altro anno di apprendistato davanti. Più tardi, forse insoddisfatto, getta alcuni utensili in acqua.

Certo, non possiamo essere sicuri che i fatti si siano svolti proprio così. Ma è difficile non pensare che i due tagliatori di pietre inesperti siano bambini o adolescenti. E che si tratti di una famiglia. Di sicuro sono un gruppo di persone ristretto, perché dal sito sono emerse poche centinaia di schegge e oggetti in pietra che fanno pensare a una breve occupazione del luogo. Ma come si fa a essere certi che gli eventi risalgano allo stesso periodo e che non si tratti di episodi isolati?

Per rispondere, gli studiosi si sono dedicati al loro rompicapo preferito. Si tratta di ritrovare con pazienza – più o meno inesauribile – ogni pietra da cui sono stati prodotti gli oggetti e i detriti presenti nel sito. Questo permette di collegare zone diverse del sito dal punto di vista cronologico: gli oggetti o i detriti provenienti dalla stessa pietra sono molto probabilmente stati realizzati dalla stessa persona e nella stessa epoca.

A Trollesgave, gli archeologi hanno collegato un gran numero di frammenti alla pietra originale, e il risultato è stato chiaro: tagliatore esperto, capanna, fuoco, tagliatore medio e inesperto, risalgono tutti allo stesso periodo. Con questo metodo si è scoperto che alcuni degli utensili prodotti erano stati gettati in acqua e altri riportati nella capanna.

Anders Fischer, un archeologo che ha lavorato a lungo sul sito, si è voluto spingere oltre. Ha voluto determinare a cosa servissero quegli oggetti, per capire se si trattava di una famiglia o invece di un piccolo gruppo di cacciatori, ad esempio.

Ha quindi affidato gli oggetti in questione a un collega specializzato nell’analizzare le minuscole tracce di usura che si creano sugli strumenti in pietra. In effetti, le attività cui erano dediti gli uomini preistorici lasciano tracce visibili al microscopio. Il risultato? Ci sono tre tipi di oggetti nel sito, che corrispondono a tre usi diversi:  strumenti per la raschiatura e il taglio delle pelli; lame per il taglio di ossa e corna; punte in pietra (simili a frecce e lance usate per la caccia). Tutti gli oggetti rientrano in queste categorie? Tutti tranne alcuni, e proprio questi sono interessanti. Perché alcuni strumenti sono stati usati per scopi diversi da quelli per cui erano stati progettati. Perché mai usare i bulini, adatti a segare le ossa, per tagliare rami o cuoio? Perché tagliare la carne con delle punte in pietra? Difficile spiegarlo, a meno di voler accettare l’ipotesi che i tagliatori di pietre fossero inesperti. Vale a dire bambini. Quasi si riesce a immaginarli, quelle pesti, a giocare e fare tutto il contrario di quello che ci si aspetta da loro…

Bambini, va bene, ma perché una famiglia? Il sito non potrebbe essere stato una sosta per la caccia? Poco probabile. Perché nella regione a quell’epoca esistevano luoghi molto più plausibili: in posizione soprelevata, con una bella vista sul paesaggio circostante, in cui sono stati rinvenuti resti di armi da caccia (punte in pietra) ma poche pietre tagliate – i cacciatori dell’epoca si portavano senza dubbio armi già pronte con sé.

Inoltre, a Trollesgave le tracce di usura sugli utensili indicano che il gruppo conciava solo le pelli che erano già state messe a seccare, e non pelli fresche. Il che rende ancora meno probabile l’ipotesi di cacciatori che bivaccano lungo la strada. Nella maggior parte degli esempi in cui gli etnologi hanno visto dei cacciatori conciare le pelli, si trattava di pelli fresche, quelle della selvaggina che avevano abbattuto, nell’attesa di una nuova preda. Sarebbe francamente sorprendente se si fossero caricati di pelli secche per andare a caccia.

Quindi c’erano solo un fuoco, una capanna, un adulto e due bambini. Zone di attività ben distinte (il lavoro delle pelli nella parte nord-ovest, il taglio di carne o pesce attorno al fuoco, ecc). Armi da caccia – attività praticata dagli uomini nelle popolazioni di cacciatori-raccoglitori – e strumenti per la concia delle pelli – attività prettamente femminile. Lo scenario è quello di una singola famiglia. Anche se non ci sono certezze, solo un’unità sociale così piccola poteva comprendere una ripartizione dei compiti così netta. Ma ci possono essere altre interpretazioni: secondo voi chi erano l’esperto, il principiante e l’apprendista?


Nicolas Constans, «Une famille préhistorique au travail», Le Monde, 9 febbraio 2015

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