L’accordo ucraino è appeso a un filo

Accordo sull’Ucraina : quali sono i punti all’ordine del giorno?

PER giornI, Mosca, Kiev e le capitali europee sono STATE impegnate in intense consultazioni diplomatiche sull’Ucraina. Lo scopo? Assicurare lo svolgimento di un summit a Minsk mercoledì 11 febbraio per negoziare una soluzione pacifica e duratura di un conflitto che si protrae sul territorio ucraino già da dieci mesi.
Di Benoît Vitkine

Non sappiamo di preciso come procedano le discussioni, ma da quando si è firmato il cessate il fuoco (che non ha messo a tacere le armi nella capitale bielorussa) i punti all’ordine del giorno sono sempre gli stessi.

La linea di demarcazione

I territori controllati dai ribelli filo-russi con l’appoggio di Mosca rappresentano circa un terzo delle regioni amministrative di Donetsk e Luhansk, nella parte più orientale del Paese. Questi territori erano stati definiti con chiarezza al momento della firma dell’accordo di Minsk, siglato dai rappresentanti di Kiev, Mosca e separatisti. Ma a partire dal mese di settembre, i separatisti sono aumentati a dismisura e hanno sferrato una grande offensiva a metà gennaio. La Russia e i separatisti chiedono ora un nuovo accordo che tenga conto delle conquiste effettuate, vale a dire di circa 500 km² di territorio.

Il cessate il fuoco

È la priorità su cui tutte le parti si dichiarano d’accordo. Secondo le stime dell’ONU, la guerra ha provocato più di 5.500 vittime e un milione di sfollati – cifre probabilmente arrotondate, che non tengono conto delle perdite tra i ribelli e i russi. Il cessate il fuoco concluso a Minsk non è stato rispettato né dai separatisti né dall’esercito ucraino. Per assicurare la sua realizzazione è necessario discutere la ritirata delle armi pesanti dalla linea del fronte. L’accordo di Minsk prevedeva una ritirata su entrambi i lati del fronte per una distanza di 30 km complessivi. Anche se questo punto non è mai stato rispettato, oggi i negoziati vertono su una distanza di gran lunga maggiore.

Sono all’ordine del giorno anche questioni  “militari” come un’amnistia per i combattenti, la ritirata dei gruppi armati illegali e dei combattenti stranieri, e nuovi scambi di prigionieri, dopo quelli già conclusi nei mesi scorsi.

Lo status delle zone controllate dai ribelli

L’accordo di Minsk prevedeva di accordare uno «status speciale» ai territori nelle mani dei ribelli, in cui organizzare elezioni locali «in conformità con la legge ucraina». Il Parlamento ucraino ha adottato una legge con cui concede questo status e delega ai capi ribelli il completo controllo del territorio da loro conquistato. Le “Repubbliche popolari” di Donetsk e Luhansk, però, hanno rifiutato la concessione ucraina per organizzare a novembre elezioni autonome.

In una lettera inviata la settimana scorsa a Parigi e a Berlino, la Russia chiede a Kiev di riconoscere queste elezioni e quindi l’autonomia delle due aree. L’Ucraina sarà senza dubbio obbligata a fare concessioni significative al riguardo.

Ma resta ancora in sospeso la questione economica. Il Bacino del Donec, già sinistrato dal punto di vista finanziario, è stato rovinato dalla guerra. L’Ucraina, anch’essa sull’orlo del fallimento, non ha molta voglia di assicurare la sopravvivenza a una regione il cui controllo le sfugge; lo stesso vale per Mosca.

La riforma della Costituzione ucraina

Questo punto è connesso al precedente. L’accordo di Minsk prevede un “decentramento” del potere, Mosca invece auspica una “federalizzazione”. La differenza può sembrare sottile, ma è fondamentale. Il Cremlino ha già spiegato in passato cosa intenda per “federalizzazione”: un sistema nel quale i territori possiedono una voce in capitolo sulle decisioni strategiche del centro, politica estera compresa. Ecco uno degli obiettivi cardine della Russia in questo conflitto: fare dell’Ucraina un paese ingovernabile con istituzioni paralizzate. Si ripresenta insomma lo scenario della Bosnia-Erzegovina, che Kiev e gli occidentali rifiutano in modo categorico.

Garanzie

Il punto nevralgico è quello della frontiera russo-ucraina. Dopo aver apposto la sua firma all’accordo di Minsk, la Russia ha continuato ad alimentare in maniera massiccia la macchina da guerra ribelle, permettendo ai separatisti di lanciare la loro offensiva di gennaio. L’accordo di Minsk prevedeva un controllo di quella frontiera sotto la supervisione dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Kiev sembra aver rinunciato all’idea stessa di partecipare a un controllo congiunto della frontiera, per ritirarsi invece lungo la linea del fronte e prevenire ogni futuro tentativo di avanzata da parte dei ribelli.

Lo “status” dell’Ucraina

Questo è al contempo un grande non detto e un punto centrale dei negoziati. La possibilità di un’eventuale adesione dell’Ucraina all’Unione Europea e alla NATO in teoria non è tema di cui discutere nel corso dei negoziati, ma nessuno vuole tralasciarlo. È stata proprio questa prospettiva che ha spinto Putin a una campagna di destabilizzazione prima e a una guerra poi nei confronti dell’Ucraina

Prima di iniziare le trattative, François Hollande precisa di non essere favorevole all’entrata di Kiev nell’Alleanza atlantica. L’ingresso nell’Unione Europea è un punto più spinoso, ma è difficile pensare che Kiev ceda anche solo di un millimetro sulla questione, visto che ne ha fatto uno dei suoi obiettivi-chiave, anche se a lungo termine.

La Crimea, annessa alla Russia a marzo, invece, non è più un argomento di cui discutere.


Benoît Vitkine, «Quels sont les points de discussions d’un accord sur l’Ukraine?», Le Monde ,10 febbraio 2015

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