I limiti della parola

Charlie, Dieudonné… quali sono i limiti della libertà d’espressione?

Di Daniel Leloup e Samuel Laurent

«Perché Dieudonné viene attaccato, mentre Charlie Hebdo può dedicare la prima pagina alla religione?» La domanda è riemersa, lancinante, durante le ultime ore della nostra copertura sull’attentato a Charlie Hebdo e sulle sue conseguenze. Ed è legata a un’altra domanda, posta da una parte dei nostri lettori: a cosa si applica la formula «libertà d’espressione» e quali sono i suoi limiti?

  1. La libertà d’espressione non è illimitata

La libertà d’espressione è un principio assoluto in Francia e in Europa, consacrato da diversi testi fondamentali. «La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo: ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà secondo i casi determinati dalla legge» recita l’articolo 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo (1789).

Lo stesso principio è ricordato nella convenzione europea dei diritti dell’uomo:

«Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Questo diritto comprende la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare delle informazioni o delle idee senza che possa esserci ingerenza di autorità pubbliche e senza considerare le frontiere».

Tuttavia, si precisa:

«L’esercizio di queste libertà, che comportano dei doveri e delle responsabilità, può essere sottoposto ad alcune formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni previste dalla legge, le quali costituiscono delle misure necessarie, in una società democratica, per la sicurezza nazionale, per l’integrità territoriale o la sicurezza pubblica, per la difesa dell’ordine e la prevenzione del crimine, per la protezione della salute o della morale, per la protezione della reputazione o dei diritti altrui, al fine di ostacolare la divulgazione di informazioni confidenziali o di garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario».

La libertà d’espressione non è quindi totale e illimitata, può essere limitata dalla legge. I limiti principali alla libertà d’espressione in Francia rientrano in due categorie: la diffamazione e l’ingiuria, da una parte; i discorsi che incitano all’odio, che si avvicinano particolarmente all’apologia dei crimini contro l’umanità, i discorsi antisemiti, razzisti o omofobi, dall’altra.

Gli stessi codici si applicano a quanto compare sul web, in un giornale o su un libro: l’autore di frasi omofobe può venire teoricamente condannato nello stesso modo per averle scritte su un quotidiano o sulla sua pagina Facebook. L’editore del libro o il responsabile del servizio web utilizzato sono considerati a loro volta responsabili. In pratica, le grandi piattaforme del web, come YouTube, Facebook, Tumblr o Twitter, applicano un regime specifico, introdotto dalla legge sulla fiducia nell’economia elettronica: vengono condannati solo se non rimuovono un contenuto segnalato come contrario alla legge entro un lasso di tempo ragionevole.

È la legge del 29 luglio 1881, sulla libertà di stampa, a fare da testo di riferimento per la libertà d’espressione. Il suo articolo 1 è molto chiaro: «La stampa e l’editoria sono libere», è possibile stampare e pubblicare quello che si vuole. Ma anche lì, dopo la regola vengono le eccezioni. La prima è l’ingiuria («X è un coglione»), poi vengono la diffamazione o la calunnia, ovvero il fatto di danneggiare l’onore di una persona (diffamazione, per esempio «X ha l’alito cattivo e russa»), o di imputare a qualcuno azioni che non ha compiuto, il tutto al fine di fargli un torto (calunnia, per esempio «X ha rubato nella cassa dell’azienda»).

Gli articoli 23 e 24 di questa stessa legge spiegano che «saranno puniti come complici di un’azione considerata crimine o delitto coloro i quali, per mezzo di discorsi, urla o minacce proferite nei luoghi pubblici» ne fanno l’apologia, ed elencano i casi che possono portare a una condanna:

– gli attentati volontari alla vita, gli attentati volontari all’integrità della persona e le aggressioni sessuali, definiti dal libro II del codice penale;

– i furti, le estorsioni e le distruzioni, le degradazioni e i deterioramenti volontari pericolosi per le persone, definiti dal libro III del codice penale;

– crimini o delitti che attentano agli interessi fondamentali della nazione;

– l’apologia (…) dei crimini di Guerra, dei crimini contro l’umanità o dei crimini e dei delitti di collaborazione con il nemico;

– (Il fatto di incitare a compiere) atti di terrorismo previsti dal titolo II del libro IV del codice penale, o che ne abbiano fatto l’apologia.

– La provocazione e la discriminazione, l’odio o la violenza nei confronti delle persone «a causa della loro origine o della loro appartenenza o non-appartenenza a un’etnia, una nazione, una razza o una religione determinata», o ancora «il loro orientamento sessuale o il loro handicap».

Ultimo caso particolare: l’apologia del terrorismo, sanzionata più duramente in seguito alla legge del novembre 2014 sulla lotta al terrorismo. Il testo, entrato in vigore nei giorni scorsi, prevede che le frasi di apologia del terrorismo possano essere condannate in comparizione immediata, rafforza le pene incorse e considera come un’aggravante il fatto che le frasi siano state pubblicate su internet. La stessa legge introduce anche la possibilità di un blocco amministrativo – ovvero senza la validazione a priori di un giudice – per i siti di propaganda jihadista, una misura fortemente contestata dai difensori della libertà d’espressione.

Riassumendo, la libertà d’espressione non permette di invocare pubblicamente la morte altrui, ne di fare l’apologia di crimini di Guerra, crimini contro l’umanità, né di incitare l’odio contro un gruppo etnico o nazionale. Non si può nemmeno ricorrere alla libertà d’espressione per incitare l’odio o la violenza contro un sesso, un orientamento sessuale o un handicap.

Il diritto di espressione è sottoposto a un regime “repressivo”: è possibile reprimere gli abusi constatati, ma non vietare per principio un’espressione prima che questa abbia luogo. Ma se una persona, un’associazione o lo Stato ritengono che una persona abbia oltrepassato la sua libertà d’espressione e sia caduta in uno dei casi previsti dalla legge, è possibile farla perseguire dalla legge. In parole chiare, spetta ai giudici rilevare cosa è giustificato dalla libertà d’espressione e cosa no. Non c’è quindi una posizione netta, ma diversi pareri della giustizia, caso per caso.

  1. La particolarità delle reti sociali

Il diritto francese si applica alle frasi pubblicate dai francesi su Facebook o Twitter. Ma poiché questi servizi sono gestiti da società americane, sono stati spesso concepiti sul modello americano della libertà d’espressione, molto più liberale del diritto francese. Negli Stati Uniti il primo emendamento della Costituzione, che protegge la libertà d’espressione, è molto ampio. Diverse frasi condannate in Francia sono legali negli Stati Uniti.

I servizi americani storcono quindi il naso quando si tratta di applicare modelli molti restrittivi, ma negli ultimi anni si sono adattati al diritto francese. Twitter si è rifiutato per lungo tempo di bloccare o censurare le parole chiave antisemite o omofobe, prima di stringere una partnership con delle associazioni per tentare di tenere sotto controllo tali frasi.

Facebook, invece, applica una scala di moderazione più restrittiva, ma le frasi controverse vengono rimosse solo dopo essere state segnalate dagli internauti ed esaminate da un team di moderatori.

  1. Il caso complesso dello humour

La libertà d’espressione non permette quindi di professare il razzismo, che è un delitto, così come l’antisemitismo. Non si può quindi stampare sulla prima pagina di un quotidiano «Tizio va ucciso» oppure «A morte l’etnia X», né si può pronunciare questo genere di frasi in pubblico. Tuttavia il caso di Dieudonné o di Charlie Hebdo si rifà a un altro tipo di domanda, legata allo humour e ai suoi limiti.

La giurisprudenza consacra di fatto il diritto all’eccesso, all’esagerazione e alla parodia quando si tratta di fini umoristici. Così, nel 1992, il tribunale di prima istanza di Parigi stimava che la libertà d’espressione «autorizza un autore a forzare i tratti e a alterare la personalità di colui che viene rappresentato», e che esiste un «diritto all’irriverenza e all’insolenza», ricorda uno studio dell’avvocato Basile Ader.

Detto questo, anche qui spetta spesso ai giudici decidere quando la libertà di caricatura e il diritto alla satira ricadono nella libertà d’espressione. Un caso recente è piuttosto illuminante: il famoso «casse-toi, pauv’ con!» [«Sparisci, povero coglione!», ndt]. Dopo che Nicolas Sarkozy aveva rivolto quest’espressione a qualcuno che si era rifiutato di stringergli la mano, nel 2008 un uomo aveva accolto l’allora capo di Stato con un cartello che riportava la stessa espressione.

Arrestato, l’uomo era stato condannato per «offesa al capo di Stato» (delitto in seguito rimosso). Il caso era arrivato fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel marzo 2013, la Corte aveva condannato la Francia, giudicando la sanzione sproporzionata e stimando che aveva «un effetto dissuasivo su interventi satirici che possono contribuire al dibattito riguardo questioni di interesse generale».

In un caso più vicino agli avvenimenti della scorsa settimana, nel 2007 Charlie Hebdo ha dovuto rispondere davanti alla giustizia di alcune caricature di Maometto che erano state pubblicate nella rivista. Al termine di un processo molto pubblicizzato dai media, in cui diverse personalità si erano date il cambio alla sbarra per difendere Charlie Hebdo, il tribunale aveva deciso che il settimanale aveva il diritto di pubblicare quei disegni:

«Considerato che il genere letterario della caricatura, per quanto deliberatamente provocatorio, partecipa a questo titolo alla libertà d’espressione e di comunicazione dei pensieri e delle opinioni (…); e considerato che, a dispetto del carattere sconvieniente, addirittura offensivo, di questa caricatura per la sensibilità dei musulmani, il contesto e le circostanze della sua pubblicazione nella rivista Charlie Hebdo appaiono estranee a qualsiasi volontà deliberata di offendere direttamente e gratuitamente i musulmani nel loro insieme; i limiti ammissibili della libertà d’espressione non sono quindi stati superati (…)»

Si può usare quindi il registro della satira e della caricatura entro certi limiti. Uno dei quali consiste nel non attaccare specificamente un dato gruppo in modo gratuito e ripetuto.

Altro tempo, altro processo: nel 2005 Dieudonné fa scandalo apparendo in una trasmissione di France 3 travestito da ebreo ortodosso. Si era lanciato quindi in una diatriba dai toni antisemiti. Perseguito da diverse associazioni, era stato rilasciato in appello, poiché il tribunale stimava che il suo monologo era rimasto nel registro dello humour.

Riassumendo, la legge non vieta di prendere in giro una religione – la Francia è laica, la nozione di blasfemia non esiste nel diritto – ma vieta in compenso di incitare l’odio contro i credenti di una religione, o di fare l’apologia di crimini contro l’umanità – è soprattutto per questo motivo che Dieudonné è stato più volte condannato, e Charlie Hebdo molto meno.

  1. Charlie, habitué dei processi

Bisogna ricordare che Charlie Hebdo e il suo predecessore Hara-Kiri sono già stati colpiti dalla censura. Il 16 novembre 1970, in seguito alla morte del generale de Gaulle, Hara-Kiri aveva usato il titolo: «Ballo tragico a Colombey: un morto», un doppio riferimento alla città del generale e a un incendio che la settimana precedente aveva ucciso 146 persone in una discoteca. Alcuni giorni dopo, il settimanale venne vietato dal ministro dell’interno, ufficialmente in seguito a una procedura in corso da diverso tempo. Fu così che nacque Charlie Hebdo, con gli stessi autori in redazione.

Il settimanale satirico è comparso più volte davanti al tribunale in seguito a querele legate alle sue prime pagine o ai suoi disegni: circa 50 processi tra il 1992 e il 2014, circa due all’anno. Di cui alcuni invano.

charlie

  1. Dieudonné, humour o attivismo politico?

Nel caso di Dieudonné, la giustizia è stata invocata più volte per emettere una sentenza. E non sempre ha dato torto all’umorista. Allo stesso tempo lo ha condannato diverse volte per «diffamazione, ingiuria e istigazione all’odio razziale» (novembre 2007, novembre 2012), o per «contestazione dei crimini contro l’umanità, diffamazione razziale, istigazione all’odio razziale e ingiuria pubblica» (febbraio 2014).

Quando nel 2009 Dieudonné fa salire sul palco il negazionista Robert Faurisson per uno sketch in cui quest’ultimo riceve un premio da un uomo travestito da prigioniero di un campo di concentramento, viene condannato per «ingiurie antisemite». Ma in altri casi è stato prosciolto: nel 2004 da un’accusa di apologia del terrorismo, nel 2007 per uno sketch intitolato Isra-Heil. Nel 2012 la giustizia ha deciso di non vietare un film del comico, malgrado una querela sporta dalla Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo (Licra).

Nel chiedere la fine dei suoi spettacoli a fine 2013, il governo Ayrault aveva tuttavia superato una barriera simbolica, vietando a priori un’espressione pubblica. Tuttavia il Consiglio di Stato, consultato dopo l’annullamento di una decisione di interdizione a Nantes, gli aveva infine dato ragione, reputando che «lo spiegamento di forze di polizia non poteva bastare per prevenire degli attentati all’ordine pubblico la cui natura, nella fattispecie, consiste nell’istigare all’odio e alla discriminazione razziale». «È un errore pensare di regolare la questione a partire da interdizioni strettamente giuridiche» aveva stimato la Lega dei diritti dell’uomo.


Daniel Leloup, Samuel Laurent, «Charlie, Dieudonné… quelles limites à la liberté d’expression?», Le Monde, 14 gennaio 2015

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