Dalle botole ai cannibali – il romanzo gotico compie 250 anni

Prima la porta che scricchiola, poi Hannibal Lecter

La vigilia di Natale si festeggia il compleanno del romanzo gotico: 250 anni fa Horace Walpole inviava a un amico la prima copia del suo gothic novel, Il castello di Otranto. Rivolgendosi così a un pubblico del tutto nuovo.
Di Theo Stemmler

Una coincidenza sinistra: Sir Horace Walpole pubblicò e inviò a un amico il suo romanzo gotico, Il castello di Otranto, proprio nella vigilia di Natale del 1764. Una settimana dopo l’amico in questione, George Montagu, lo ringraziò con parole profetiche: «It will puzzle and must please». [Lascerà stupiti e piacerà di certo, N.d.T.]

Avrebbe avuto ragione. Con Walpole ancora in vita, furono pubblicate 12 edizioni e ristampe su varie riviste, oltre che traduzioni in francese e in italiano del romanzo. A oggi, se ne contano 120 edizioni totali. Nel 1977 del romanzo fu perfino realizzata una versione a fumetti per bambini.

Il pubblico non ascoltò sempre le opinioni degli esperti in materia, vale a dire critici e autori, che si esprimevano in termini a dir poco contraddittori. Il Critical Review e il Monthly Review ad esempio elogiarono l’opera di Walpole per il linguaggio e la caratterizzazione dei personaggi, ma derisero le «mostruosità» e le «assurdità» presenti nella trama, ambientata al tempo delle crociate.

La prima edizione andò esaurita in fretta

E i critici non avevano tutti i torti: lo sposo quindicenne muore perché, poco prima del matrimonio, un elmo enorme gli cade in testa – ma c’è suo padre pronto a prendere in moglie la sposa –, un monaco riconosce come figlio un giovane contadino, servono cento uomini per trasportare una spada gigantesca, e chi più ne ha più ne metta.

Ai giorni nostri, un certo signor Brown ha stroncato l’opera senza alcuna pietà: «C’è da chiedersi come mai un simile guazzabuglio di follie possa aver avuto un successo del genere. Tante cose non sono state ben pianificate e nulla è stato motivato a dovere». Forse a Brown si potrebbe rispondere che Walpole è riuscito a soddisfare le esigenze di molti lettori, rivolgendosi – per quanto possa sembrare insensibile – a un target fino a quel momento ignorato e che chiedeva situazioni assurde ed elementi orrorifici come statue sanguinanti e avvelenamenti, il tutto condito da un’atmosfera esotica pseudomedievale. Dopo anni di illuminata siccità, i lettori avevano sete di escursioni folli in zone sconosciute e non raggiungibili per mezzo della ragione. Sta di fatto che la prima edizione del romanzo – stampata in 500 copie – andò esaurita in poco tempo. Quando Walpole, nel 1765, inviò al conte di Hertford una copia del romanzo, scrisse con orgoglio: «Il qui presente romanzo gode di grande popolarità».

Il romanzo di Walpole è un apripista più che un faro

Walpole si decise a pubblicare una seconda edizione, che uscì l’11 aprile del 1765 – questa volta non in forma anonima. Nella prefazione, con un eufemismo tipicamente inglese, parla della «positiva accoglienza accordata a quest’opera minore da parte del pubblico» e si attribuisce il merito di «aver creato una nuova forma di romanzo».

Due anni più tardi, in una lettera a Madame Deffand, Walpole si dimostrava baldanzoso e privo di ogni qualsivoglia modestia; parlando della nuova concezione del suo romanzo, dice: «Non ho scritto questo libro per i nostri tempi, che non riescono a sopportare nulla oltre al freddo common sense. L’ho scritto in barba alle regole, ai critici e ai filosofi».

È tuttavia indiscutibile che il suo romanzo presenti gravi difetti strutturali e di motivazione, che contenga cliché e alle volte generi una comicità involontaria. Il castello di Otranto è un apripista, più che un faro – un fenomeno non infrequente nella storia della letteratura: sono stati i notai di Federico II a inventare il sonetto nel 13° secolo, ma i loro versi erano lontani anni luce dai capolavori di Dante, Petrarca o Shakespeare.

È anche un altro il fattore che rende Il castello di Otranto importantissimo per la storia della letteratura: la genesi del romanzo e di molti suoi elementi spiegano bene quanto siano interconnesse le varie arti. Senza il progetto architettonico di Strawberry Hill, il testo letterario non avrebbe mai visto la luce. Nel 1747 Walpole aveva affittato una casetta circondata da ampi terreni a Twickenham, a ovest di Londra. In seguito aveva acquistato Strawberry Hill adibendola a residenza privata. Con l’ossessione tipica di un vero artista non aveva mai smesso di rinnovare l’edificio e di arricchirlo, nel corso dei decenni, di elementi tardomedievali, “gotici”: merli, torrette, finestre ad arco acuto. Ecco così che una banale casa di campagna era diventata uno dei primi esempi dello stile architettonico neogotico – era quel “gothic revival” che avrebbe coinvolto l’Inghilterra intera e trasformato comuni, palazzi di giustizia, stazioni e uffici postali in rocche e castelli medievali posticci.

La perla architettonica di Walpole attirò presto folle di visitatori interessati a un tour dell’edificio: erano nobili e VIP della stessa estrazione sociale dell’autore, ma anche gente del popolo, come i domestici. In Germania, il principe Leopold di Anhalt-Dessau, lo stesso che aveva progettato il giardino di Dessau-Wörlitzer su modello dei giardini paesaggistici inglesi, rimase così colpito da Strawberry Hill da far erigere nel Wörlitzer Park la Gotisches Haus.

Nonostante il castello fantastico abbia un’enorme rilevanza storico-artistica, il suo valore intrinseco non è stato – e non è – esaltato più di tanto dagli esperti. L’edificio è composto da un conglomerato – un’accozzaglia, potrebbero suggerire i più cattivi – di elementi stilistici che Walpole prese dalle più svariate costruzioni medievali: chiese, castelli, rocche, monumenti funebri. Strawberry Hill – proprio come Il castello di Otranto – è un apripista, più che un faro.

Il motivo che ha spinto Walpole ad abbandonare l’attività edile dopo più di vent’anni per dedicarsi alla stesura del romanzo emerge chiaramente dalle lettere che scrisse. Il ruolo di primo piano in questa decisione lo giocano un sogno e un ricordo riaffiorato dal subconscio, un boccone succulento per gli psicoanalisti e la loro fame di interpretazioni, ma in modo sorprendente anche per chi indaga le tecniche di scrittura surrealiste. Nel sogno, racconta Walpole, si trovava in un antico castello e vedeva, sulla balaustra sovrastante il grande scalone, una gigantesca mano coperta da un’armatura. «La sera mi sono messo a sedere e ho iniziato a scrivere – senza sapere cosa volevo raccontare. L’opera si scriveva da sé sotto le mie mani…».

Otranto prende a modello proprio il «little gothic castle» di Walpole

È ovviamente da escludere che il testo di Walpole «si scrisse da sé» nel senso surrealista del termine, ma è possibile che Walpole, rintanato da anni nel suo little gothic castle e sempre ossessionato dai cambiamenti strutturali da apportarvi, scrivendo lasciasse trapelare pensieri e associazioni di idee che si facevano largo nel suo subconscio.

Con l’apparizione di quella mano gigantesca riaffiorava ciò che lo aveva tanto colpito un anno prima, in occasione della visita ai college di Cambridge, in particolare del Trinity College: torri, cappelle, grandi sale. In una lettera a Madame Deffand lo stesso Walpole evidenzia questo nesso: «L’archetipo del college mi è rimasto impresso senza che ci facessi caso». Non c’è da stupirsi che il presunto castello della città italiana di Otranto riproducesse in realtà dettagli architettonici della costruzione di Walpole, Strawberry Hill, e del Trinity College di Cambridge. L’autore aveva ammesso di non conoscere l’esistenza di un castello a Otranto – aveva scelto quel posto solo perché il nome gli sembrava suonare bene.

Con il suo libro, Walpole ha messo in moto l’evoluzione della letteratura che, grazie al romanzo gotico, si lasciò alle spalle l’ordine razionale del classicismo per entrare nell’irrazionale, spianando la strada quindi al romanticismo. Già nel 1757, Edmund Burke aveva anticipato il movimento gotico nel suo influente trattato sul sublime e sul bello. Per lui la fonte essenziale da cui scaturisce il sublime non è solo la natura incontaminata, ma anche tutto ciò che suscita orrore: «Tutto ciò che è in grado di evocare dolore o pericolo è una fonte di sublime».

I successori di Walpole scoprono la psicologia

E in effetti, dopo la pubblicazione del libro, sono state sfruttate tutte le fonti da cui trarre un senso di orrore. Gli autori gotici hanno scoperto nuove strade nella psicologia e le hanno percorse nelle loro storie.

Agli albori, il romanzo gotico presentava temi ricorrenti, che facevano un po’ da scenografia, per ricavarne paura e terrore: oscurità, passaggi sotterranei e segrete, strani rumori, porte nascoste, apparizioni di fantasmi, ambientazione medievale. I romanzi tardogotici, però, prendono le distanze da questi elementi e adottano un’analisi degli stati d’animo – in altre parole, il genere viene psicologizzato.

Ad esempio, trent’anni dopo l’uscita del romanzo di Walpole, il filosofo radicale William Godwin pubblica un’opera gotica totalmente nuova, che intitola programmaticamente Things as they are [Le cose così come sono, N.d.T.]: ambientata nella contemporaneità, contiene una condanna delle riforme politiche che riguardano in particolar modo il sistema carcerario.

Il romanzo gotico va ad abbracciare l’horror

Due anni dopo usciva Il monaco di Matthew Gregory Lewis, che ha arricchito il genere di nuovi ingredienti, vale a dire il sadismo e le devianze sessuali. Questi, pur rendendo il romanzo molto popolare, lo hanno esposto alle critiche: nella storia, il monaco Ambrosio violenta una donna dopo averla avvelenata e averne soffocato la madre con un cuscino. I misfatti vengono descritti con estrema precisione, anche quelli di natura sessuale: «Il monaco si inginocchiò sul suo petto, osservò impietoso il contrarsi convulso delle membra di lei e sopportò la vista della loro miseria con forza disumana». Con Il monaco il romanzo gotico diventa un romanzo horror – al lettore non viene offerto più “solo” terrore, ma orrore.

Ogni scrittore gotico ha poi delle caratteristiche a se stanti: Mary Shelley inventa la creatura mostruosa di Frankenstein (1818) – antisociale, alla vana ricerca di contatto umano e poi di vendetta nei confronti della società – mentre Edgar Allan Poe presenta ne Il cuore rivelatore (1843) la figura di uno psicopatico condotto alla pazzia dal sempre più forte battito cardiaco della sua vittima.

Per finire, nel romanzo gotico e nei film horror del nostro tempo i temi psicologici sono quelli più rilevanti – con Il silenzio degli innocenti di Thomas Harris si raggiunge l’apice dell’esplorazione artistica degli abissi della psiche umana. I protagonisti sono due serial killer, Hannibal Lecter, con tendenze cannibali, che ama mangiare il fegato delle sue vittime assieme a un bel piatto di fave, e “Buffalo Bill”, che vuole cucirsi una seconda pelle usando i pezzi di pelle che sottrae alle vittime.

Dopo questa immersione nelle psicosi e nei comportamenti antisociali, è quasi un piacere tornare con la mente ai – di gran lunga più semplici – meccanismi e temi ispiratori di Walpole: l’elmo enorme, la spada gigante, le botole, le porte scricchiolanti e la pallida luce della luna.


Theo Stemmler, «Erst knarrt die Tür, dann kommt Hannibal Lecter», Die Welt, 24 dicembre 2014

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