Guerra al Natale

Presepi vietati: è guerra al Natale

Di Mathieu Bock-Côté

Ogni settimana, Mathieu Bock-Côté presenta per FigaroVox le novità dal Québec. Questo venerdì [5 dicembre, N.d.T.] si concentra sulla polemica in merito ai presepi, al cuore, secondo lui, della questione identitaria.

Quest’anno il Consiglio Generale della Vandea ha dovuto rimuovere il presepe che aveva installato già da tempo per festeggiare la Natività. L’ordine è arrivato dal tribunale: la sola presenza del presepe minerebbe il principio di laicismo nello spazio pubblico e offenderebbe la libertà di pensiero dei non credenti, messi di fronte a una religione che si accaparra lo spazio pubblico e lo sfrutta a proprio vantaggio.

La polemica è vecchia. E soprattutto, non è una prerogativa francese. Negli ultimi vent’anni ha attraversato tutte le società occidentali. È comparsa per la prima volta negli Stati Uniti, dove si è parlato di War on Christmas, per poi diffondersi altrove. Da una decina d’anni è un rito immancabile anche in Québec, dove si ripresenta a ogni inizio di dicembre con intensità diverse a seconda dell’anno.

Tornano alla mente diversi episodi. Nel 2007, l’Assemblea Nazionale aveva ribattezzato l’albero di Natale – che fa accendere ogni anno – “albero delle feste”. Nel 2009, in uno dei quartieri più chic di Montréal, il tradizionale “Buon Natale” (già declassato da “Buone Feste”) era stato rimpiazzato da uno strano “Buon Dicembre”, che sembrava voler invadere meno lo spazio pubblico con una predilezione per il cristianesimo. L’iniziativa era stata portata avanti dall’associazione dei commercianti del quartiere.

Ma di esempi ce ne sono altri. Nel 2006, Patrimoine Canada, l’ente del governo federale canadese che si occupa di cultura, aveva proposto che nelle comunicazioni interne si sostituissero i riferimenti al Natale con quelli, a quanto pare più universalistici, del solstizio d’inverno. Nel 2011 sempre il governo federale aveva voluto ritirare l’albero di Natale dagli uffici pubblici di Service Canada perché si sarebbe trattato di un presunto simbolo discriminatorio.

La stessa storia nelle scuole, dove i canti di Natale sono spesso censurati. L’obiettivo è quello di sradicare le ultime tracce del cristianesimo nello spazio pubblico, di neutralizzarle. Più in generale, si vuole cancellare progressivamente tutto quello che possa legare le istituzioni pubbliche a una civiltà particolare, a una memoria storica particolare. Separando una società occidentale dalla sua storia la si renderebbe ricettiva a ciò che è diverso, a ciò che è altro.

Sarebbe però sbagliato considerare la faccenda come l’opera di un laicismo radicalizzato. Benché le argomentazioni laiciste servano ancora a giustificare questa pubblica censura del cristianesimo, il carburante che la alimenta è ben diverso. Fin troppo spesso, i simboli del Natale hanno attecchito non tanto come simboli religiosi, ma come simboli identitari della “maggioranza cristiana”, dotata di privilegi simbolici più che contestabili. Ed è su questo aspetto che si innesta la polemica del multiculturalismo.

Nell’ottica del multiculturalismo, la “nazione” come la si vedeva un tempo, dotata di una propria identità culturale, storica e civile, non sarebbe altro che un comunitarismo come tanti di cui andrebbero contestati i privilegi. Si vuole decostruire la cultura nazionale per accogliere meglio le altre, ma ci si dimentica che mentre le idee sono tutte uguali davanti alla legge le religioni non sono tutte uguali davanti all’identità.

Per i multiculturalisti la democrazia non sarà davvero tale se i simboli identitari e religiosi delle comunità stabilitesi in un luogo a seguito di un movimento migratorio non verranno integrati agli altri. Ne è prova il fatto che lo zelo a dir poco sospetto con cui si cerca di scristianizzare lo spazio pubblico si accompagna spesso a una forma concreta di militanza finalizzata al riconoscimento dell’Islam. Basta pensare al rapporto con cui il consigliere di Stato Thierry Tuot invitava la Francia a riconoscere pubblicamente la dimensione arabo-orientale della propria identità.

La condiscendenza mostrata verso le diverse rivendicazioni identitarie e religiose legate all’Islam mette in luce un nuovo atteggiamento. Che crede sia ora di finirla con “occidentalcentrismo” e “cristianocentrismo”, e che vuole invitare le istituzioni pubbliche ad adattare orari, menu e questionari alle varie minoranze religiose.

Il patrimonio religioso del Paese ospitante è costantemente negativo, quello delle comunità con un passato di immigrazione alle spalle è costantemente positivo. E in effetti il riconoscimento pubblico di una religione, specie se minoritaria, diventa un modo per liberarsi da una definizione troppo stretta dell’identità nazionale. È quello che si definisce “principio della soluzione ragionevole”, che capovolge il dovere dell’integrazione e che è un tratto distintivo del multiculturalismo.

Sarebbe estremamente sbagliato ridurre la guerra al Natale al solito contrasto tra i cattolici tradizionalisti e i militanti intransigenti del laicismo. Siamo piuttosto nel cuore della questione identitaria. Si tratta in questo caso della possibilità di una nazione di vivere senza troppi complessi la propria storia e la propria cultura proiettandosi nello spazio pubblico. Ricordare che il patrimonio cristiano è al cuore dell’identità nazionale non dovrebbe sollevare alcuno scandalo.


Mathieu Bock-Côté, «Interdiction des crèches : la guerre contre Noël est déclarée», Le Figaro, 5 dicembre 2014

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