Il rossetto come simbolo di resistenza

Chi è più bello, ha di più dalla vita

A lungo si è pensato che le donne si mettessero in ghingheri solo per se stesse. Quest’idea, però, non era altro che mera ideologia. Ancora peggio: era sbagliata. Truccandosi, le donne pensano anche agli altri.
Di Annette Prosinger

Chi avesse mai intenzione di visitare un campo di prigionia femminile dovrebbe dar retta a Zara Murtazalieva. La cecena consiglia di portare delicati presenti alle donne nel campo: «Con cosmetici o lingerie le farete felici».

Il rossetto aiuta contro l’avvilimento, un reggiseno in pizzo entrato in cella di contrabbando può rafforzare il desiderio di sopravvivenza in un mondo di odio e brutture. Zara Murtazalieva l’ha vissuto in prima persona. A vent’anni è stata incriminata per terrorismo dalla giustizia russa a seguito di accuse infondate, poi spedita nel campo di lavoro e rilasciata solo in occasione del suo 29esimo compleanno.

Da allora vive in Francia, dove ha pubblicato le sue memorie dl lager. Le sue giornate in quell’inferno di percosse, grida, sfruttamenti e umiliazioni iniziavano per lei con l’applicazione del make up. Eyeliner, mascara, rossetto. Era un’autosuggestione, scrive Murtazalieva: «La mia prima preoccupazione era quella di tornare a rispettarmi, a piacermi».

Il trucco è un modo per affermarsi

Il trucco è un modo per affermarsi. Lo si ritrova anche in situazioni di gran lunga meno pericolose. Ogni tanto le riviste femminili si chiedono come mai le donne scelgano con tanta attenzione ogni mattina i vestiti da indossare, il trucco e l’acconciatura, come mai si guardino sempre allo specchio, si ripassino il rossetto e rinuncino alla comodità con tacchi alti, collant sottili, push-up e intimo contenitivo. E si chiedono anche a chi siano dedicati tutti quegli sforzi. La risposta è inequivocabile. Non è per un uomo e non è per le altre donne che le donne si fanno belle. Tutti ci dicono che “lo fanno per se stesse”.

Non ci si può aspettare altro dopo decenni di lotta per l’emancipazione femminile. Dove è l’industria cosmetica a trionfare: una donna su tre si trucca anche quando resta a casa da sola. Il lavoro di fronte allo specchio non serve a distorcere, quanto a enfatizzare la propria personalità. Il mondo del marketing lo sa già da tempo. Io voglio restare come sono. Ogni donna avvia un processo alla propria bellezza al di là del giudizio degli altri. Solo se si piace per il mondo sarà sufficiente. Eccola qui, l’idea di farsi belle per sé. Trasparente. Corretta.

E sbagliata. Nell’affermazione «Lo-faccio-per-me-stessa» c’è molta illusione e una grossa fetta di ideologia dell’indipendenza, che accompagna spesso il movimento femminista. Dal punto di vista scientifico la pretesa di autonomia non sta in piedi: l’attrattività, ci dice l’etologia, si basa sullo sguardo dell’altro, è un’esca, una presa di posizione, in ogni caso una forma di comunicazione. Sono molti gli studi sociologici che lo dimostrano: chi è più bello ha di più dalla vita. Vale per tutti, ma in particolar modo per le belle donne. Hanno più successo, più soldi, più potere. E in situazioni di pericolo, come mostra l’esempio di Murtazalieva, più probabilità di cavarsela. Il rossetto in galera, scrive, «era la mia protesta contro la grigia, dura e brutale realtà».

Nessuno si fa bello per se stesso. Farsi bello significa lanciare un segnale. E il rossetto e lo smalto sono segnali forti. Il lavoro, sì, servirà anche per dare forma alla propria identità. Ma l’identità non scaturisce solo dal proprio sguardo quanto da quello degli altri. L’autopromozione ha sempre due fini. È diretta verso se stessi ma anche all’esterno. E proprio per questo motivo qualcosa di così secondario e intimo come un rossetto può diventare pericoloso. Tanto quanto un’arma politica.

Nei regimi totalitari la cura del corpo è quasi sempre sospetta, in quanto simbolo di individualità minaccia l’omogeneità prescritta dall’alto. Nella Cina della rivoluzione culturale il possesso di una scatola di cipria poteva significare il carcere per una donna. Nella Repubblica Democratica Tedesca le celle delle prigioni erano spesso prive di specchi e di rado c’era acqua calda, la trascuratezza fisica era parte della pena. Eppure le donne riuscivano a mettersi il mascara ogni giorno – un atto sovversivo realizzato mescolando lucido da scarpe e teste di fiammiferi triturate.

 «Truccarsi, vestirsi bene era anche una forma di protezione contro il grigiore». La giornalista Senka Kurtovic si ricorda bene degli anni in cui Sarajevo era occupata. Perfino le colleghe che non si erano mai truccate prima, durante la guerra arrivavano in ufficio con un velo di make up. Questi esempi sono tratti dal libro Ein Hauch von Lippenstift für die Würde [Un velo di rossetto per la dignità, N.d.T.] di Henriette Schroeder, che mostra la tenacia con cui le donne in situazioni estreme difendono il controllo sul loro aspetto fisico. Chi si lascia andare, si arrende. Chi mantiene il controllo, infonde coraggio nelle compagne di sofferenza. Nei campi profughi giordani le donne hanno creato saloni di bellezza segreti che offrono trattamenti per la pelle e hair styling. Come salvare la faccia in mezzo al deserto.

Farsi belli è una forma di comunicazione. Anche non farsi belli lo è. In un mondo di routine di bellezza rivolto soprattutto alle donne il rifiuto dell’attrattività è anch’esso un modo per affermare se stessi. Nel 1965 le donne degli Stati Uniti bruciavano i reggiseni. Come protesta contro le norme di femminilità dominanti, invocando i propri valori e le proprie libertà. I reggiseni americani bruciati si distinguono poco nella loro funzione politica dalla lingerie in pizzo che si contrabbanda nel campo di prigionia femminile siberiano. Entrambi sono una dimostrazione di resistenza, entrambi servono per affermare la propria identità.

Sul finire degli anni ’70 il movimento femminista che stava prendendo piede si armava di salopette e ascelle non rasate come segni di autenticità e indipendenza. Non è stato un momento di poco conto nella storia di come le donne hanno capito loro stesse. Ovviamente il rigetto del reggiseno e la pettorina rosa di scarso fascino erano un progetto estetico – ecco perché proprio le stesse donne un paio di anni dopo si sarebbero battute per un revival del rossetto, un tempo tanto disprezzato. L’emancipazione femminile era così evoluta che le labbra rosso sgargianti non stavano più ad indicare irresolutezza e costante disponibilità sessuale, ma presa di coscienza di sé e rivendicazione di potere: ecco una donna che ha qualcosa da dire.

Un volto truccato può significare adesione o opposizione, dignità o mancanza di dignità: i messaggi cambiano in base alle situazioni, i codici si modificano. All’inizio del XX secolo lo smalto era visto come qualcosa di frivolo, negli anni ‘60 come parte del tipico look da segretaria, negli anni ’70 come segno distintivo delle ragazzine; oggi ribadisce il desiderio di imporsi e quindi è maturato in un’arma femminista. (Anche se le giovani accademiche che si fanno le unghie probabilmente direbbero che lo fanno solo per loro stesse.)

Alla fine della guerra, le donne di Sarajevo dicevano che avrebbero indossato di nuovo scarpe basse e poco trucco. Non serviva più mettersi in ghingheri come al tempo della guerra. Nella miseria però una scatola di cipria determina il coraggio di vivere. Ecco perché ai rifugiati che oggi vengono qui dalla Siria non si dovrebbero solo donare vestiti invernali. Nella guerra fredda, i prodotti occidentali che arrivavano nella “zona sovietica” comprendevano anche collant di nylon. Non tenevano al caldo. Ma ti tenevano in piedi.


Annette Prosinger, «Wer gut aussieht, hat mehr vom Leben», Die Welt, 30 novembre 2014

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