Tutti odiano i Nickelback. E loro ringraziano.

Il nostro odio ha salvato i Nickelback

E se tutte le persone che hanno allegramente insultato i Nickelback fossero le stesse che hanno permesso loro di sopravvivere?
Di Ian Crouch

Per avere un’idea della considerazione di cui la rock band canadese dei Nickelback gode tra gli appassionati di musica, considerate questo fatto: lo scorso anno i lettori di Rolling Stone li hanno eletti seconda peggiore band degli anni Novanta, quando il loro primo album con una major è uscito negli Stati Uniti soltanto nel 2000. Il gruppo è stato deriso da pressoché chiunque, tra cui blogger che non si sono nemmeno presi la briga di scrivere il loro nome in modo corretto («Non devo nemmeno spiegare perché i Nickleback fanno schifo») e colleghi musicisti (Patrick Carney, batterista dei Black Keys, ha detto: «Il rock&roll sta morendo perché c’è gente a cui sta bene che i Nickelback siano la band più grande al mondo»).

I Nickelback sono su tutti i giornali in questi giorni perché hanno appena pubblicato un nuovo album, ma in genere la band attira l’attenzione della stampa quando viene presa di mira da qualche nuova forma di disprezzo pubblico. Nel 2011 più di 50.000 persone firmarono una petizione online per protestare contro il fatto che i Nickelback si sarebbero esibiti durante l’intervallo della partita dei Detroit Lions nel Giorno del Ringraziamento. (Alla fine si esibirono comunque). Qualche mese fa un uomo di Londra ha avviato una raccolta fondi per impedire alla band di esibirsi nel Regno Unito. Alcuni anni fa un manifestante di Chicago mostrò un cartellone che accusava il sindaco Rahm Emanuel di apprezzare i Nickelback (il suo portavoce si affrettò a smentire); nell’estate appena trascorsa, invece, un tifoso degli Atlanta Braves ha creato un cartellone con cui insinuava che Ryan Howard, giocatore dei Philadephia Phillies, fosse un loro fan (dopo la partita, Howard è apparso piuttosto confuso nel discutere l’argomento). Come ha scritto su Grantland il critico Steven Hyden, «l’odio per i Nickelback è l’ultima forma di monocoltura nella musica pop». In altre parole, è l’unica cosa su cui gli appassionati di musica sembrano trovarsi tutti d’accordo.

Eppure, naturalmente, non tutti pensano che i Nickelback siano terribili. Fino al 2012 la band aveva venduto più di cinquanta milioni di album. Billboard li ha eletti la migliore band del decennio 2000-2009, e due delle loro canzoni più caratteristiche, How You Remind Me (2001) e Photograph (2005) sono state tra le più popolari in assoluto durante quel periodo.

I Nickelback iniziarono a suonare ad Alberta, a metà anni Novanta, come cover band, e a dire il vero lo sono sempre rimasti, mescolando gli elementi di diversi periodi dell’hard rock che più li ispiravano – chitarre grunge, una batteria martellante da arena rock, riff pop-rock e testi hair-metal su eccessi sessuali e alcolici – e aggiungendo il caratteristico (e parecchio imitato) ringhio aspro e grave del cantante Chad Kroeger. Progettati per sfornare hit, fingevano di esibirsi per puro divertimento: milioni di fan li esaltarono, mentre i critici abbozzarono sorrisi falsi davanti ai semi-plagi della band e risposero agli sfregi dei Nickelback verso la storia paragonandoli a quarant’anni di gruppi migliori: assomigliavano ai Pearl Jam ma senza la loro intelligenza, ai Metallica ma senza la loro incisività, agli AC/DC ma senza il loro humour.

«Non siamo mai stati i cocchi della critica o robe del genere» ha dichiarato Kroeger a Billboard nel 2011. «È il pubblico a parlare. Vendiamo un sacco di dischi, riempiamo un sacco di stadi e non sentiamo molte proteste». Questa è stata, per molti anni, la risposta standard della band alle invariabili domande sulla loro impopolare popolarità. Minimizzavano soprattutto per via del loro enorme successo: i membri dei Nickelback suonavano di fronte a folle in delirio; non si sentivano la band più odiata del mondo. E in parte era una forma di diniego, poiché a prenderli in giro non erano solo alcuni critici snob, come suggeriva Kroeger, ma una buona fetta di popolazione. Eppure quest’anno, prima del lancio del loro ultimo album, No Fixed Address, i Nickelback e Kroeger hanno assunto una posizione leggermente diversa. Il mese scorso, in un’intervista a Pulse of Radio, il cantante ha risposto a tono ai suoi detrattori: «Tutti questi critici sono instancabili. Continuano a sfottere la band. Se avessero smesso di scrivere tutta questa roba su di noi, la band avrebbe esaurito la sua vena polemica e forse ci saremmo sciolti anni fa. Non sanno che sono i responsabili del nostro essere ancora in vita».

E se fosse vero? E se Kroeger, un uomo che per molti anni è andato in giro con questo taglio di capelli, avesse ragione? E se tutte le persone che hanno allegramente insultato la band fossero le stesse che l’hanno aiutata a sopravvivere e, per di più, avessero creato un Culto dei Nickelback dove un tempo, perfino negli anni di maggior successo della band, non ce n’era alcuno? L’uscita di Kroeger vuole in parte essere una provocazione, ma è anche una concessione piuttosto sincera. Se lo prendiamo in parola, i Nickelback sono ancora culturalmente rilevanti solo perché continuano a essere odiati come si deve.

Come Hyden fa notare nel suo pezzo su Grantland, l’odio per i Nickelback è ormai superato e in buona parte fuori luogo. Chiedete a un gruppo di quattordicenni se i Nickelback fanno schifo, si limiteranno a guardarvi confusi. I Nickel che? La band vende molti meno album rispetto al suo momento d’oro, tra il 2005 e il 2008. Non rappresenta ciò che la genta pensa che rappresenti, e forse non è mai stato così; non è la band che ha rovinato il rock&roll e, anche se lo è stata, al momento non sta rovinando proprio nulla. Tuttò ciò che i Nickelback sono, ora che i suoi membri sono pressoché quarantenni, sono una rock band che si aggrappa a un ridotto pubblico di nicchia – il che li rende simili a molti altri musicisti pop, quindi non sono i più niente in assoluto.

Prendete quello show dell’intervallo del 2011, quello che ha ispirato la protesta online: nella sterilità a chiusura ermetica di uno stadio coperto, la canzone della band When We Stand Together, un inno qualunquista sul diventare più forti, è suonata fiacca e vuota. Ogni speranza di autenticità è stata inoltre minata dalla scenografia di contorno, che prevedeva la coreografia di alcune ballerine e una fila di percussionisti afroamericani, poi rinforzati da un branco di “fan” estasiati che si muovevano senza logica davanti al palco. Un campionario di sfarzo da pop preconfezionato, con fuochi d’artificio e inquadrature in picchiata – a ricordare che i Nickelback dovevano la loro fama a qualcosa che Kroeger era solito dire ai clienti quando lavorava da Starbucks: metal da cappuccino. L’unica cosa che aveva reso lo show interessante era il fatto che 50.000 persone avevano detto che non volevano vederlo.

I Nickelback non sono la prima né l’ultima band ad ammorbidirsi per un’esibizione in una partita di football. In ogni caso il presunto lato “hard” della band non è mai stato sottoposto a grandi analisi. Nel 2008 il gruppo pubblicò il più ambiguo Dark Horse, pieno di brani espliciti quali Something in Your Mouth, I’d Come for You e S.E.X.. Non voglio dire che questa roba non sia grottesca, ma i ragazzi non sono mai sembrati molto sinceri nella loro lussuria o minacciosi nelle loro intenzioni. Molti dei successi dei Nickelback sono inni festaioli a base di whiskey e tequila («Non abbiamo classe, né gusto, né maglia e siamo ubriachi marci»), ma la band non riesce proprio a vendere questo lato di ignoranza hard-rock – quando li ascolti, hai l’impressione che Kroeger e compagni bevano acqua, mentre i loro fan si ammazzano di Jägermeister. Alcuni anni fa, un reporter di Bloomberg Businessweek si imbatté in un Kroeger sano, allegro e in pace con se stesso, tutto un altro mondo rispetto ai suoi inni autobiografici di frustrazione e aggressività: «Mi è sempre sembrato strano che artisti come Kurt Cobain o chi per lui diventassero famosissimi e poi dicessero “Non capisco perché mi sta succedendo, non capisco! Ah, la fama, la fama, la fama!”».

Questa settimana, al Jimmy Kimmel Live!, i Nickelback hanno proposto il loro ultimo singolo, What Are You Waiting For?, un inno sdolcinato sul raggiungere i propri sogni, eccetera – quel tipo di roba che la brutta copia dei Van Halen erano bravissimi a fare. (L’intero album è un’accozzaglia di stili pop e include un cammeo dell’artista hip-hop Flo Rida, oltre alla fondamentale traccia oltremodo univoca, She Keeps Me Up). Il pubblico ha risposto alzando i pugni nel modo più lento e meno convinto nella storia della musica dal vivo. L’oculata e tiepida furia dei Nickelback è forse riassunta al meglio dalla copertina del loro album più venduto, Silver Side Up: un occhio che piange lacrime di metallo.

Una delle critiche fatte negli anni ai Nickelback era che apprezzare la band non poteva essere il frutto di una decisione umana volontaria: tutto ciò che riguardava la band era, al contrario, un’impostazione di default – il suono emesso da una radio commerciale gestita da robot. Questa critica ha rivelato una certa mancanza di empatia musicale tra i detrattori della band; là fuori c’erano fan dei Nickelback che mettevano in ordine le loro canzoni preferite così come voi facevate con le vostre. Ma questo fatto veniva anche percepito come vero: la ripetitività preconfezionata della band era considerata un rumore di sottofondo hard-rock, niente di più. E quindi la musica della band era pericolosa proprio perché innocua; il suo successo suggeriva che gli appassionati di rock potevano essere convinti ad apprezzare qualsiasi cosa, e ciò implicava che il genere stesso fosse diventato obsoleto. I Nickelback erano il buco nero del rock.

Ma essere odiati significa essere qualcosa. Ed essere odiati da una schiera di ansiogeni, elitari snob costieri malati di Pitchfork, crea delle fondamenta sufficienti su cui costruire una tribù duratura di fan nel mercato rattrappito dell’era digitale. Penso che Kroeger abbia ragione quando dice che gli hater hanno reso i Nickelback più forti, perché hanno dato a quella che era un’insipida band soft-metal e post-grunge quell’aria da reietti duri a morire che il gruppo aveva sempre cercato di far passare, invano. Come dice un vecchio proverbio, «essere amati vuol dire aver fortuna, ma essere odiati vuol dire sapersi distinguere».


Ian Crouch, «Our Hate Has Saved Nickelback», The New Yorker, 20 novembre 2014

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