Un passato difficile, un futuro incerto

Il declino autoritario di Budapest

Di Kati Marton

BUDAPEST – Budapest luccica in un mite pomeriggio d’autunno. I battelli sul Danubio rigurgitano turisti su turisti. Grazie in parte ai generosi stanziamenti dell’Unione Europea, questo gioiello di città non è mai sembrata così bella.

Ma a pochi passi dal Danubio, se attraversate Szabadság Tér (Piazza della Libertà), troverete una traccia della nuova, pericolosa direzione verso la quale il primo ministro Viktor Orban sta guidando il suo Paese. Su un lato della piazza incombe un inquietante memoriale eretto di recente su suo ordine. Una feroce aquila di bronzo plana su un angelo, come se volesse cavargli gli occhi. L’uccello mostruoso simboleggia la Germania, lo splendido angelo l’Ungheria. «Un monumento per le vittime dell’occupazione tedesca» recita l’iscrizione.

DSC_4057_CsoszoG1-1024x685Un’idea in apparenza ineccepibile ma, a guardarci bene, è una riscrittura nazionalistica piuttosto preoccupante della storia. L’Ungheria, ben lungi dall’essere un angelo, è stato il primo Paese nel primo dopoguerra ad adottare leggi antisemite (1920), molto prima della Germania. Nel 1944 le restrizioni sulla vita degli ebrei in Ungheria erano pari a quelle della Germania sotto le leggi di Norimberga. Più di 500.000 ebrei ungheresi furono sterminati negli ultimi mesi della guerra. Il comandante nazista Adolf Eichmann beneficiò a lungo della collaborazione con i locali per “ripulire” l’Ungheria dei suoi cittadini ebrei. Furono i gendarmi ungheresi a condurre i loro concittadini ebrei – tra cui i miei nonni – verso i treni per Auschwitz.

Questa parte di storia è stata cancellata dal monumento, il quale ha suscitato la vibrante reazione di tutti coloro che ricordano ciò che è realmente accaduto negli ultimi sei mesi della guerra. E così anche loro hanno eretto un memoriale. Lungo il marciapiede di fronte all’angelo e al volatile sono state allineate pietre dipinte con i nomi delle città da cui molti vennero deportati, insieme ad alcuni ricordi dell’epoca – occhiali, vecchie valigie, scarpe. Mentre il buio avvolge questa sera autunnale, i genitori sussurrano le storie di chi non c’è più ai loro figli, senza quasi degnare di uno sguardo l’altro memoriale.

I due monumenti – quello ufficiale e quello improvvisato – sono una metafora di quanto sta accadendo oggi in Ungheria. Una democrazia dapprima promettente sta scivolando in fretta verso la xenofobia e l’autoritarismo. Orban rivendica poteri sempre più ampi, mentre la popolazione vede le sue libertà ridursi.

afp-9f9c48724fc06b9f1cb87c39aecf6d4e79283e3eA rendere straordinaria la situazione è il fatto che l’Ungheria è membro sia della Nato sia dell’Unione Europea – e ignora spudoratamente i valori chiave di entrambe. Avendo annunciato che il suo obbiettivo per l’Ungheria è una «democrazia illiberale», Orban oltraggia l’Unione Europea, nonostante questa contribuisca al 95% degli investimenti pubblici del Paese. Finora la risposta dei governi europei alle mosse di Orban è stata tiepida. (L’Unione ha effettivamente condannato la proposta di una tassa sul traffico internet, una misura oltremodo inpopolare che Orban ha ritirato venerdì).

Tramite una nuova legge sui media, lo Stato controlla praticamente tutta la stampa, specialmente la televisione, fonte primaria di notizie. Una misura che ha avuto un enorme impatto politico e ha permesso a Orban di essere rieletto la scorsa primavera.

I reporter non temono per le loro vite, ma per l’ambiente in cui vivono. Nel corso di una recente missione per il CPJ, Comitato per la Protezione dei Giornalisti, che ho condotto a Budapest, abbiamo avvertito un clima di paura e autocensura tra i colleghi ungheresi. Grazie ai fondi per la propaganda statale il governo esercita un’influenza tremenda. Poco tempo fa, non appena Origo, un sito molto conosciuto, ha riportato che il capo del personale di Orban, Janos Lazar, aveva sperperato quantità folli di denaro durante un viaggio di Stato. l’autore dell’articolo è stato licenziato. Decine di colleghi si sono dimessi in segno di protesta e lavorano ora a un nuovo sito di news. Il regime considera inoltre le organizzazioni nongovernative come pericolose fonti di resistenza. Di recente la polizia ha fatto irruzione nella sede di un gruppo di origini norvegesi a favore della società civile in Ungheria, confiscando laptop e dischi fissi.

Orban ha preso a imitare il fare compiaciuto e strafottente del politico che più ammira: Vladimir V. Putin. Come Putin, Orban si comporta come se non dovesse rendere conto a nessuno. Lui è l’Ungheria. Circa tre milioni di persone vivono nella povertà, eppure lo Stato costruisce enormi stadi di calcio, di cui uno nel minuscolo paese natale di Orban, la cui squadra locale è peraltro mediocre – solo perché il primo ministro è ossessionato da questo sport. Durante una recente conferenza stampa, quando un giornalista ha chiesto a un funzionario il perché di una certa nuova legge, ha ricevuto una risposta striminzita, adatta a un bambino disobbediente: «Perché di sì».

Una forma d’arte che Orban ha (involontariamente) incoraggiato, tuttavia, è la nobile arte della Barzelletta di Budapest – moribonda sin dalla caduta del comunismo. In una che mi è capitato di sentire, Viktor Orban si guarda allo specchio e dice «gli occhi sono di mia madre, il naso è di mio padre, il mento» – la parola ungherese per mento e Stato è la stessa – «è mio».

Una conseguenza del nuovo ambiente repressivo è che mezzo milione di persone ha lasciato il Paese negli ultimi anni per rifarsi una vita in Europa Occidentale o negli Stati Uniti. «Posso aspettare ancora cinque anni,» dice Gabor Kardos, l’editor di un sito di notizie, «ma non voglio che i miei figli crescano in questo tipo di società». Mi mostra uno dei libri di scuola che usava da ragazzo. Posti di fronte alle immagini di uomini di diverse etnie, gli allievi delle elementari dovevano indicare qual era il vero ungherese.

Orbak pretende che il mondo esterno lo consideri l’ultimo baluardo contro Jobbik, il partito antisemita e anti-rom. Ma Orbak si guarda bene dallo schiacciare Jobbik; al contrario, ha di fatto istituzionalizzato gran parte della sua retorica. L’antisemitismo non è ancora dilagante, ma considerando la crescita di nazionalismo estremo e intolleranza per le libertà civili, molti ebrei ungheresi temono che possa dilagare a breve.

Quando l’Ungheria divenne membro dell’UE un decennio fa, era un altro Paese. Dopo secoli di occupazioni straniere, di fascisti selvaggi e comunisti brutali, stava muovendo i primi passi incerti verso la democrazia. Avendo sperimentato un socialismo più aperto, ribattezzato il “comunismo del gulash”, aveva un certo vantaggio sugli altri ex satelliti sovietici.

Al tempo Orban sembrava l’uomo ideale per guidare l’Ungheria verso un futuro diverso. Il 19 giugno 1989 mi trovavo in un oceano di 300.000 ungheresi in Piazza degli Eroi a Budapest, e sentii il giovane, barbuto Orban esortare l’Armata Rossa a lasciare il Paese. Pochi mesi dopo l’Ungheria tagliò la Cortina di Ferro, permettendo a migliaia di turisti della Germania dell’Est di oltrepassare la frontiera austro-ungarica. Il dominio sovietico era giunto al termine.

Anche la sfida che Orban lancia all’Unione Europea è diretta. Oltre ai mercati, alla libertà di movimento e ai chilometri di lungaggini burocratiche, cosa rappresenta davvero l’unione di 28 nazioni?


Kati Marton, «Hungary’s Authoritarian Descent», The New York Times, 3 novembre 2014

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