Ezechiele 25:17

A vent’anni dall’uscita, Pulp Fiction resiste ancora?

Di John Guida

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Successe in una pausa pranzo. Una pausa pranzo piuttosto lunga, considerando che Pulp Fiction dura quasi tre ore. Il film aveva fatto un successone, la città era in fermento. Le voci erano arrivate perfino negli uffici del giornale commerciale Home Textiles Today, per cui lavoravo. Alcuni di noi si infilarono in un cinema nel quartiere di Chelsea.

Per fortuna non c’era una granché di nuovo nel campo dei tessuti per interni. O forse qualcosa c’era, e fu ignorato. Ma dopo il film, tornati dietro le nostre scrivanie e strabiliati da quanto avevamo visto, non potemmo non discutere di John Travolta. Uma Thurman. Un Royale con formaggio. La siringa. Lo storpio. Il ballo. Samuel Jackson, perfino Eric Stoltz.

Per molti Pulp Fiction è uno di quei film: te li ricordi, e ti ricordi anche dove e come li hai visti per la prima volta.

«Come un’iniezione di adrenalina nel cuore, il 14 ottobre 1994, giorno della sua uscita, Pulp Fiction ha cambiato il mondo del cinema» scrive Matthew Chernov su Variety.

«Più di ogni altro blockbuster pop dopo Guerre Stellari e i primi successi di Steven Spielberg, ha elettrizzato una generazione di aspiranti registi e giovani appassionati ridefinendo l’arte come divertimento e il divertimento come arte» scrive Tom Carson su GQ.

Il film si aggiudicò la Palma d’Oro al Festival di Cannes e conquistò sette nomination agli Oscar, per non parlare dei diversi milioni di dollari incassati al botteghino, e il suo fascino resta intatto, come scrive Sarah Crompton sul Telegraph: «Sembra al contempo moderno e senza tempo» fa notare la giornalista, aggiungendo che è tuttora il capolavoro di Quentin Tarantino «perché il regista ha sfruttato tutta la sua passione per il cinema per realizzare una storia completamente nuova, dotata di moralità e introspezione».

I critici hanno celebrato il suo gusto retrò, la sceneggiatura da Oscar (a cura di Tarantino e Roger Avary) con un intreccio non convenzionale e dialoghi taglienti, e l’epica colonna sonora. Ma forse il suo merito principale, spiega Chris Osterndorf per The Daily Dot, «è che ha molto da dire, oggi come nel giorno del suo debutto. Nonostante internet alimenti la nostalgia, la forza di Pulp Fiction va oltre. Per 20 anni si è rifiutato di venire ignorato, e così facendo è sopravvissuto a un mercato sempre più affollato e a un settore rimodellato dal web, diventando forse il film più duraturo della sua generazione».

Nel 1994 in pochi storsero il naso – eppure qualcuno ci fu. Per esempio, Stanley Kauffmann scrisse su New Republic che «il tratto più fastidioso di Pulp Fiction è il suo successo» e aggiunse: «Il modo in cui questa pellicola è stata esaltata e idolatrata in lungo e in largo rasenta il disgustoso. Pulp Fiction nutre e incoraggia il degrado culturale».

Proprio come Nathan Reese fa presente su Complex, il film suscitò un dibattito sulla nozione di film «di prestigio»: «Quell’anno Forrest Gump fece incetta di Oscar. Pulp Fiction sarà anche stata una delle première di Cannes più memorabili di sempre, nonché un immediato punto di riferimento per la generazione X, ma l’opera di Robert Zemeckis fu la pellicola dell’anno». Reese aggiunge: «Quentin Tarantino è stato trendy, ma non abbastanza mainstream».

Molti osservatori hanno fatto notare come in Pulp Fiction Tarantino abbia messo in mostra una conoscenza stupefacente della storia del cinema, come abbia apprezzato le potenzialità artistiche del mezzo. Gli editor di What Culture! esaltano la portata della sua conoscenza «di film sconosciuti: oscure perle straniere, film scorretti, kitsch, sottovalutati, bizzarri, esagerati, oltremodo eccentrici e derisi dai critici»,

E ancora: «I suoi film sono rielaborazioni di scene e generi, costruiti usando elementi di altri film. Non è plagiare, bensì reinventare, e nessuno lo fa ai livelli di Tarantino. Come un artista hip-hop, prende in prestito e campiona per creare qualcosa di fresco e avvincente».

Molti critici, tra cui Cherrov per Variety, danno risalto alla sceneggiatura e alla sua struttura caratteristica: «La trama di Pulp Fiction viene presentata fuori sequenza, con episodi che si sovrappongono e girano su se stessi, costringendo il pubblico a incastrare il tutto in un ordine cronologico. Costruita con brio lungo tre linee primarie, ciascuna identificata da un titolo a video, l’ingegnosa struttura fa sì che lo spettatore non sia mai in equilibrio e aggiunge uno strato extra di suspense ai contenuti già di per sé carichi di tensione».

Scrivendo sul suo blog, l’esperto cinematografico David Bordwell ammira inoltre la costruzione dell’intreccio: «Ogni film narrativo è composto da parti. In genere ci sfiorano appena, ma talvolta le identifichiamo proprio in quanto parti. Ci sono casi in cui avvertiamo che l’intero film è composto da grandi blocchi».

«Per molti spettatori, credo, Pulp Fiction ha rappresentato un’introduzione alla strategia della costruzione di blocchi nei film. Chi di noi studia la storia del cinema le ha già incontrate in diverse forme, ma raramente le ha viste realizzate in modo così intelligente ed esplicito come nella pellicola di Tarantino».

Ma il film potrebbe aver avuto l’impatto principale su un altro medium, sostiene Carson su GQ: «Dove sarebbero le serie tv via cavo dell’ultimo decennio senza le innovazioni di Tarantino? È qui che lo storytelling “a puzzle” di Tarantino viene sfruttato con inventiva ed efficacia, dai flash-forward criptici ma stuzzicanti di Breaking Bad all’assuefazione de I Soprano alla circolarità narrativa».

Ciò nonostante, Matthew Clayfield, del sito di news australiano SBS, afferma che forse Pulp Fiction ha creato uno standard troppo alto, e che Tarantino non ha sfruttato tutto il suo potenziale. «I film di Tarantino degli ultimi 15 anni non hanno mai superato le loro origini pulp» scrive. «Né le sue onnipresenti citazioni hanno mai contribuito a creare qualcosa di moralmente o tematicamente migliore della somma dei suoi omaggi stilistici».

Per Clayfield Jackie Brown, il follow-up di Pulp Fiction, è «facilmente il suo film più adulto e rappresenta la direzione più dark e interessante che avrebbe potuto prendere, ma che ha poi abbandonato in favore di film di intrattenimento adolescenziali e moralmente semplicistici».

Jordan Crucchiola, di Underwire (Wired), non è d’accordo: «Se svisceriamo le circostanze apparentemente alchemiche, arriviamo alla più 2014esca delle conclusioni [nell’originale “the most 2014 of conclusions”, n.d.t.]: perché Pulp Fiction è diventato un classico? Perché Quentin Tarantino».

«Pulp Fiction ha creato uno standard per il cinema indipendente sfacciato e ridefinito perché Tarantino è il regista più completo e perfetto ancora in attività. Semplice. Da Le Iene nel 1992 a Django Unchained nel 2012, non ha mai mancato il bersaglio o compromesso la sua voce».

Crucchiola aggiunge: «I film di Tarantino sono eventi. Si verificano una volta ogni tanto, ma quando si verificano, potete scommettere la casa che saranno modellati e ricercati oltre ogni livello percettibile di dettaglio». E conclude: «Tarantino ha reso il cinema indie fighissimo e fruttuoso per le star; ha creato inoltre una strategia di affari facilmente percorribile dagli studi cinematografici. Tutto quello che accade oggi è solo un’eco della canzone che ascoltammo per la prima volta 20 anni fa, e che da allora non si è più fermata».


John Guida, «On Its 20th Anniversary, Does Pulp Fiction Still Hold Up?», The New York Times, 21 ottobre 2014

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