L’arte di correre (come un dilettante)

Maratona di New York 2014: un’ex stella dell’atletica se la prende con calma

Di Jeré Longman
© A.J. Mast/New York Times

INDIANAPOLIS — Quando Bob Kennedy si iscrisse alla sua prima e unica maratona, a New York nel 2004, le sue ambizioni rispecchiavano il suo passato, poiché era stato uno dei più grandi mezzofondisti statunitensi: aveva alle spalle due partecipazioni alle Olimpiadi ed era stato il primo non africano a scendere sotto i 13 minuti sui 5000 metri.

Nella prima metà della maratona, Kennedy tenne il ritmo necessario per raggiungere il suo obiettivo, chiudere in 2 ore e 10 minuti. Poi cominciò a rallentare. Si era allenato troppo o non aveva recuperato a sufficienza. A circa 13 km dall’arrivo, piuttosto che trascinarsi fino alla fine, decise di ritirarsi.

Quella sarebbe stata l’ultima gara agonistica di Kennedy. Due mesi dopo divenne padre di due gemelli. Si immerse nella gestione di una catena di negozi specializzati per la corsa. Stando alle sue parole, non corse più per cinque anni. Cominciò a mettere su peso. Quando gareggiava il suo peso forma era 64 kg, ma dopo il ritiro la bilancia arrivò a toccare quota 90 kg.

Un decennio dopo, a 44 anni, i capelli ormai sale e pepe, Kennedy si è iscritto di nuovo alla maratona di New York con una mentalità diversa, opposta a quella seguita nella sua carriera. Non è un dilettante che sogna di diventare professionista, ma un ex professionista che ha finalmente imparato a correre da dilettante.

Se raggiungesse il suo obiettivo – chiudere tra le 3h20′ e le 3h30′ – si posizionerebbe tra i primi 5000 partecipanti degli oltre 50000 previsti per domenica. Ma la sue motivazioni sarebbero più vicine a quelle di un esordiente in coda al gruppo – buttare giù qualche chilo, tenersi in forma per i figli, mettere ordine nella vita dopo un recente divorzio, correre per divertirsi, sentirsi soddisfatti senza aver bisogno di vincere o stabilire nuovi record.

«Questo, per me, significa ritrovare me stesso attraverso la corsa» ha dichiarato in un’intervista la scorsa settimana.

All’apice della carriera, Kennedy deteneva il record americano sui 3000 (7’30″84), sulle due miglia (8’11″59) e sui 5000 (12’58″21). Correre era un investimento emotivo logorante. Seguiva un intenso regime agonistico: due allenamenti al giorno, quasi tutti i giorni, fino a 200km da correre ogni settimana. Una vita necessariamente votata all’egoismo, tutto era in funzione della carriera: sono arrivati grandi risultati, ma a caro prezzo.

«Penso di aver trovato un equilibrio» dice ora Kennedy. «Ho scoperto che posso fare cose per ragioni che vanno al di là del sentirsi un vincente».

Subito dopo il ritiro, Kennedy non vedeva il senso di correre per due ore solo per il gusto di farlo. Dopo cinque anni di inattività, cominciò a correre di nuovo, mezz’ora alla volta, ma senza continuità, allenandosi per due o tre settimane e restando fermo per due o tre mesi.

«Se ripenso al perché non volevo correre così a lungo,» spiega Kennedy, «non volevo accettare il fatto che corressi più piano. Non volevo confrontarmi con persone che dicevano “Fai questa gara? A che ritmo stai correndo?”. Ora sto bene. Se esco e corro a 6 min/km, non devo dimostrare niente a nessuno. Ho 44 anni».

In realtà il Kennedy professionista ha dovuto consumarsi, come la suola di una scarpa da corsa, prima che il Kennedy dilettante potesse emergere. La sua unica corsa dopo la maratona di New York del 2004 avvenne nel 2011, alla Hood to Coast Relay, una staffetta notturna di 200 miglia nell’Oregon per squadre da 12 persone.

«Si presentò 20 kg in sovrappeso, ma riusciva comunque a correre per l’Oregon a 3’20” a km nel cuore della notte» ricorda Bryan Chandler, amico e compagno di corse. «Sapevo che c’era qualcosa di prodigioso in quei tempi. Quindi ho provato a convincerlo».

Eppure, per diversi anni, Kennedy ha ignorato gli appelli di Chandler affinché scoprisse le gioie della corsa non competitiva.

«Annuiva e rispondeva con gentilezza» afferma Chandler, 51 anni, di professione agente immobiliare. «Ma non era mai serio».

Ma quest’estate Chandler ha ricevuto una telefonata. Era Kennedy, che gli ha detto: «Sono del tutto fuori forma. Iniziamo a correre. E facciamo la maratona di New York insieme».

A marzo, alla maratona di Los Angeles, Kennedy ha incontrato alcuni amici del suo stesso mondo lavorativo, ex atleti professionisti che si sono rinfacciati l’un l’altro i chili presi negli ultimi anni. Alla fine gli amici hanno fatto una scommessa: tutti a dieta, chi perde meno chili devolve un assegno in beneficenza.

«Penso che la maratona abbia spinto Bob a rimettersi in forma» dice uno degli scommettitori, John Long, 46 anni, proprietario di un negozio sportivo a Minneapolis. «Qualcuno l’ha preso in giro perché non ha mai completato una maratona».

Il 1° luglio Kennedy pesava 87 kg. Oggi ne pesa 78 e tra i suoi amici, in proporzione al peso di partenza, è quello che ha perso più chili. La misurazione finale sarà venerdì.

All’inizio degli allenamenti per New York, Kennedy era solito chiamare Chandler la mattina, almeno una volta a settimana, per dirgli: «Mi serve una mano. Ho bisogno che tu mi faccia uscire di casa. Assicurati che mi metta le scarpe da corsa».

Quindi uscivano e correvano per 5 km. Piano.

«Ma Bob va in forma più velocemente di chiunque altro» dice Chandler.

In breve tempo Kennedy ha ritrovato i suoi ritmi. Ha iniziato a sentirsi di nuovo un corridore, allenandosi tre o quattro volte alla settimana e correndo tra i 50 e i 55 km a settimana. Le sue corse di durata sono passate dai 25 minuti ai 45 minuti, quindi ai 90 minuti e infine alle 2 ore. In sei settimane circa, il suo passo è sceso da 5′ a 4’40” a km.

A settembre Kennedy ha corso 27 km in 2 ore e 4 minuti. Il bruciore nelle gambe, la fatica, sensazioni familiari e piacevoli. Mancavano ancora 15 km per completare una maratona, ma sapeva che ci sarebbe riuscito. Ma poi ha avuto un intoppo.

Una settimana dopo Kennedy esce per correre 30 km in solitaria, senza portare con sè liquidi o cibo, pensando «ma sì, so quello che faccio; sono stato un buon atleta». Dopo 21 km va in crisi e si trascina a casa. I muscoli gli hanno fatto male per giorni.

«Sono davvero felice che sia successo» ammette. «Mi ha aperto gli occhi, queste cose vanno prese seriamente».

Due settimane e mezzo fa ha creato un percorso ad anello, con diverse bottiglie di integratori sistemate davanti al cortile di casa. Ha corso in progressione e ha percorso 32 km a una media di 4’46” a km, chiudendo a 4’40”. Settimana scorsa ha corso senza problemi 22 km a una media di 4’45” a km.

Se domenica riuscirà a frenarsi per i primi 30 km, ignorando la sua tendenza naturale ad accelerare, Kennedy sostiene che potrebbe chiudere sotto le 3 ore e 30′. Ogni tanto, durante gli allenamenti, si è scoperto a sorridere. Dice di aver riscoperto da dilettante un entusiasmo che da professionista era sparito. Ha iniziato a provare empatia per ogni corridore della domenica che entra nei suoi negozi per comprare un paio di scarpe, ciascuno con le sue aspirazioni e il suo senso di soddisfazione.

«Quando vedi gente che finisce una mezza maratona in 2 ore e 45 minuti con le lacrime agli occhi, lo capisci» ha detto Kennedy. «A 25 anni non lo capivo, davvero. Ora lo capisco».


Jeré Longman, «New York Marathon 2014: Ex-Distance Star Is Taking It Slower», The New York Times, 28 ottobre 2014

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