Cogli l’attimo, non la notifica

Vivere per il momento (e non per il cellulare)

Di Jenna Wortham

C’è una scena nel film Lei, storia d’amore tra uno scrittore solitario e un software di intelligenza artificiale, dove si vedono decine di persone in metropolitana, completamente prese dai loro smartphone, isolate dal mondo che le circonda. Sembrano tutte più a loro agio nell’interagire con i cellulari piuttosto che l’una con l’altra. Purtroppo quella scena mi è familiare, e vista da fuori mi è sembrata davvero preoccupante.

Da quando ho visto il film presto maggiore attenzione a quanto spesso uso il cellulare, però è difficile dire se lo uso troppo. Lo ammetto, in genere è la prima cosa che cerco la mattina e l’ultima che uso prima di addormentarmi, ma è anche vero che mi impongo di non usarlo durante i pasti o quando esco con gli amici.

Il telefono ha trasformato la mia vita in positivo. Mi ha reso una lavoratrice più efficiente, mi ha permesso di coltivare una sana e amorevole relazione a lunga distanza e di tenermi in contatto con gli amici.

Ciononostante, riconosco di usare il cellulare come mezzo di conforto, come accade a molti altri, per evitare di parlare agli sconosciuti a una festa, o per ammazzare il tempo mentre aspetto un amico al bar. Inoltre vengo facilmente distratta dagli svariati trilli e dalle vibrazioni prodotte dal mio iPhone, e spesso mi faccio trascinare in un vortice di notifiche da controllare, bacheche da perlustrare e risposte da inviare a e-mail e messaggi non urgenti. Spesso e volentieri non riesco a non sbirciare lo schermo durante un film o in contesti simili. E per quanto odi ammetterlo, qualche volta sono così immersa in un messaggio che quasi travolgo qualcuno per strada.

È stato dimostrato che ignorare il proprio cellulare può portare a una vita più sana. Per esempio, una recente indagine della Kent State University ha mostrato come gli studenti più assuefatti dai loro cellulari tendano a incorrere in livelli di ansia e insoddisfazione maggiori rispetto ai compagni che usano il telefono meno di frequente. Un altro studio, questa volta della University of Worcester, ha evidenziato un nesso tra i livelli di stress e una raffica infinita di squilli e notifiche.

Data la mia preoccupazione, quando ho sentito dell’uscita di un paio di applicazioni che permettono di monitorare l’uso del cellulare, le ho scaricate all’istante.

Queste app fanno parte di un filone più ampio di activity tracker che permettono di raccogliere dati e informazioni sulla vita di una persona, analizzarli e, in teoria, cambiarli. Io registro già sessioni di allenamento, ciclo mestruale e abitudini del sonno allo scopo di conoscere meglio il mio corpo e scoprire come il mio comportamento lo alteri. Fare lo stesso con le mie abitudini digitali mi è parsa una conseguenza naturale.

Un’applicazione, Moment, registra quanti minuti lo schermo rimane acceso e ogni tanto invia una notifica per comunicare il tempo passato al telefono ogni giorno.

Kevin Holesh, programmatore di Pittsburgh, ha deciso di creare l’applicazione dopo aver notato come la tecnologia si prendesse il tempo che dedicava alla moglie. «Passavamo le serate al cellulare, in qualche modo distratti dall’interagire» ha detto. «Volevo semplicemente vivere appieno il momento».

Holesh ha dichiarato che la maggior parte della gente non si accorge di quanto tempo passa al cellulare e che, sebbene non abbia creato l’app per «dare del drogato» a nessuno, crede che avere accesso ai dati sull’uso del cellulare possa aiutare le persone a migliorare le loro abitudini.

Sembra funzionare. Dopo aver installato l’applicazione, sostiene Holesh, gli utenti di Moment dedicano al cellulare 25 minuti in meno al giorno, 71 minuti in meno in media, soprattutto la sera dopo le 18.

L’applicazione, lanciata a giugno, conta centinaia di migliaia di utenti. Inizialmente era gratuita, ma da poco Holesh l’ha messa in vendita a 4,99 $.

Ho anche scaricato Checky, applicazione creata da Alex Tew e dal suo team di San Francisco. Checky, che conta quante volte al giorno una persona usa il suo cellulare, può già contare circa 250mila download in poche settimane, secondo Tew stesso. L’applicazione è gratuita, così come il prodotto principale della società, Calm.com, un sito che promuove il relax. La società offre inoltre seminari e lezioni di meditazione rivolti a chiunque voglia distendersi e disconnettersi. «È ironico usare una app sullo smartphone per controllare quante volte controlli lo smartphone» ha dichiarato Tew. «Ma ti rende più consapevole dell’uso, e già questo può aiutarti a cambiare».

Qualche sabato fa ho scoperto grazie alle applicazioni di aver controllato il cellulare 70 volte nel corso della giornata e di averci passato più di 180 minuti.

È stato difficile capire se quelle cifre fossero alte o basse, specialmente perché era stata in giro tutto il giorno, oltre ad aver pranzato con amici ed aver visto al cinema L’amore bugiardo, il che significa che avevo usato il telefono più spesso del solito. Ma rendersi conto di aver passato parte di una splendida giornata d’autunno a fissare il cellulare come un’ossessa è stato senza dubbio illuminante.

Finora è stato difficile analizzare i dati di Checky e Moment, soprattutto perché uso il cellulare per moltissime cose. Le applicazioni non sono in grado di fare distinzioni tra il tempo passato a leggere, fare acquisti o mandare messaggi, né dicono un granché sui momenti della giornata in cui le diverse attività si svolgono: capire le complessità del comportamento si fa problematico.

Ma il primo passo per capire il nostro rapporto con la tecnologia è prenderne coscienza, come dice Micheal Harris, autore di The End of Absence, libro sulla vita prima e dopo Internet. La nostra dipendenza dalla tecnologia «è onnipresente, non possiamo farci niente», ha dichiarato. «Il punto è che non si può uscirne, ma solo provare a vederla nel modo più chiaro possibile».

Usare Moment e Checky mi ha aiutato a capire quanto spesso metto mano al mio telefono e per quanto ci guardo. Probabilmente dovrò andare oltre queste app per cambiare le mie abitudini, magari con misure più drastiche, come disinstallare alcune applicazioni che mi fanno perdere tempo, per esempio, cosa che non sono ancora pronta a fare.

Eppure sento di aver compiuto un passo importante verso l’equilibrio e verso il controllo di come e perché uso i miei dispositivi.


Jenna Wortham, «Trying to Live in the Moment (and Not on the Phone)», Bits – The New York Times blogs, 18 ottobre 2014

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