Quella voglia irrefrenabile di bombardare il mondo

Gloria al “Mondo Russo”

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Immaginate l’inimmaginabile: supponete che il presidente della Corte Suprema americana affermi in un’intervista che «la schiavitù negli Stati Uniti, nonostante i suoi estremi, era un vincolo essenziale che manteneva intatta la profonda unità della nazione». Ora sostituite «schiavitù negli Stati Uniti» con «servitù della gleba in Russia» e avrete l’esatta citazione di Valery D. Zorkin, presidente della Corte Costituzionale russa, tratta da un articolo pubblicato il 30 settembre.

In termini legali la servitù della gleba, un’istituzione che legava i contadini alla terra, è considerata una sottomissione leggermente meno crudele della schiavitù. In realtà, tuttavia, i servi russi venivano venduti, comprati e maltrattati con una certa regolarità. L’abolizione della servitù della gleba nel 1861 aprì la strada alle Grandi Riforme volte a modernizzare l’impero russo e liberare 23 milioni di persone, più di un terzo della popolazione della Russia.

Zorkin ha scritto queste parole a margine della discussione su una proposta di legge che legalizzerebbe le irruzioni delle autorità locali di polizia nelle case dei privati cittadini. Sempre Zorkin ha affermato che la Russia degli anni ’90 sotto la guida di Boris El’cin era simile a quella delle Grandi Riforme di metà Ottocento. Così come oggi, le riforme avevano prodotto caos politico e disordini sociali, rendendo controriforme e repressione necessarie per riportare la stabilità.

Ma se Zorkin sembra un irriducibile proprietario terriero del XIX secolo, sappiate che non è solo. Il 17 aprile, durante un botta e risposta televisivo con il pubblico, il presidente Vladimir Putin ha esaltato la forza interiore dei russi, in particolare la loro predisposizione al sacrificio, che a suo dire distingue il suo Paese dall’Occidente. Il presidente si è affrettato ad aggiungere che questa qualità potrebbe fare molto comodo a breve, e ha inoltre dichiarato che la grande forza del Paese risiede nel «codice genetico unico e potentissimo» dei suoi abitanti, e che i russi possiedono anime migliori e valori morali superiori rispetto agli occidentali, troppo indulgenti con se stessi. La sua glorificazione dell’anima e dei valori spirituali russi riprende un tema popolare tra i nazionalisti russi per tutto l’Ottocento.

Ma entriamo nella cerchia più intima di Putin. Dmitrij O. Rogozin, il vicepremier a capo dell’industria bellica, è noto per la sua aggressività e per le numerose dichiarazioni sulla sollecitudine con cui la Russia potrebbe ricorrere alle armi nucleari. A settembre Rogozin ha reiterato il concetto secondo il quale la Russia, se attaccata, risponderebbe con il nucleare, a suo avviso «l’arma di castigo» perfetta per fermare l’aggressione occidentale. Secondo diverse testimonianze alcuni funzionari russi avrebbero minacciato con le armi nucleari, seppur in via informale, i loro omologhi ucraini.

La Russia ha anche il suo Dottor Stranamore, in carne e ossa. Molti pensano che Dmitrij Kiselëv, capo dell’emittente Russia Today, condivida le vedute del Cremlino. In una delle sue trasmissioni, con la crisi ucraina ancora nelle prime fasi, ha dichiarato al pubblico che la Russia è «l’unico paese al mondo capace di trasformare gli Stati Uniti in polvere radioattiva». Kiselëv ha argomentato la sua tesi con grafici che ritraevano le traiettorie dei missili russi, aggiungendo che anche se gli Usa fossero in grado di intercettarli, a sbrigare la faccenda ci penserebbero i siluri dei sottomarini.

Se tutto ciò è allarmante, pensate allo sconfinato odio per gli Stati Uniti di Sergei Glazyev, fidato consigliere di Putin. Giusto il mese scorso Glazyev ha tirato fuori di nuovo la sua teoria preferita: gli Stati Uniti hanno avviato una serie di guerre regionali in preparazione alla Terza Guerra Mondiale. Perché? Perché l’America è in declino e ha bisogno della guerra per prevalere sulla Cina, indebolire l’Europa e minare la Russia. Solo allora riuscirà a controllare l’Eurasia.

Secondo il consigliere gli scontri in Ucraina fanno parte della strategia di Washington, e in passato Glazyev ha più volte invocato il bombardamento e l’invasione dell’Ucraina, descritta continuamente come una «giunta militare fascista e nazista» istituita dagli americani.

Queste e altre affermazioni del presidente russo e dei suoi più stretti consiglieri si rifanno sempre più spesso a un linguaggio vago e mistico, colmo di riferimenti al “Mondo Russo”. Il 6 settembre il patriarca Kirill, capo della chiesa ortodossa russa, ha spiegato nel suo consueto programma televisivo che il “Mondo Russo” è una civiltà distinta e che i suoi valori spirituali e culturali devono essere conservati nella loro unicità. Secondo il patriarca questo mondo include gli ucraini, i bielorussi e qualsiasi popolazione non slava che condivide questi valori. Kirill ha inoltre deriso il concetto di melting pot, bollandolo come il perfetto esempio del fallimento della civilizzazione occidentale contemporanea.

Queste frasi possono sembrare bizzarre, eppure non possono essere relegate a idee di una minoranza politica, dato che appartengono alla cerchia più intima del Cremlino. In un disperato tentativo di conservare il potere, la classe dominante russa ha preparato un intruglio ideologico che in diversi punti si rifà all’obsoleto mondo repressivo del nazionalismo slavico, dell’isolazionismo e dell’odio per l’Occidente.

Aveva ragione la cancelliera tedesca, Angela Merkel, quando diversi mesi fa descrisse Putin come una persona che vive in un universo mentale tutto suo. Ma la cosa ancora peggiore è che la visione della Russia di Putin non lascia spazio a compromessi.

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Micheal Khodarkhovsky, «Glory to the ‘Russian World’», The New York Times, 13 ottobre 2014

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