Ritratto di un pianista sconosciuto

Il mondo del dopoguerra di Patrick Modiano

di Alexandra Schwartz

Al comitato preposto all’assegnazione del premio Nobel per la letteratura piace incoronare i prescelti con verdetti che spesso appaiono tanto incomprensibili quanto le scelta stessa del vincitore. Il comitato cerca di protendersi verso vette poetiche, come a rendere tributo al risultato dello scrittore in questione; noi, lettori per piacere, studiamo i responsi come pellegrini andati a consultare l’oracolo di Delfi e tornati a casa con degli indecifrabili biscotti della fortuna. J. M. G. Le Clézio, il romanziere francese che vinse nel 2008, fu celebrato in quanto «autore di nuove partenze, avventura poetica ed estasi sensuale, esploratore di un’umanità che si trova oltre e sotto la civiltà regnante»; J. M. Coetzee, premiato nel 2003, «ritrae in innumerevoli forme il sorprendente coinvolgimento dell’estraneo»; Harold Pinter, che vinse nel 2005, ricorre alle allitterazioni per «scoprire il precipizio sotto le chiacchiere quotidiane ed entrare di forza nelle stanze chiuse dell’oppressione». (È stato un sollievo, l’anno scorso, apprendere che Alice Munro è stata soltanto «una maestra della short story contemporanea».)

Oggi (ieri, n.d.t.) il premio è stato assegnato al romanziere francese Patrick Modiano, «per l’arte della memoria con la quale ha evocato i più sfuggevoli destini umani e scoperto il mondo vitale dell’occupazione». Modiano, che ha sessantanove anni e pubblica romanzi senza sosta dal 1968 (l’ultimo, Pour que tu ne te perdes pas dans le quartier, è uscito la scorsa settimana), è famoso in Francia, ma qui praticamente nessuno l’ha mai sentito. La Yale University Press sta per pubblicare un volume con tre dei suoi racconti, ma la maggior parte della sua opera tuttora non è disponibile in inglese.

Chi è questo scrittore, e quali sono gli sfuggevoli destini umani che ha scoperto? Modiano nacque vicino a Parigi nel luglio 1945 da madre fiamminga e padre proveniente da una famiglia ebrea con origini a Salonicco. Riuscì ad entrare al Liceo Enrico IV, la migliore scuola secondaria di Francia, ma la sua istruzione formale si concluse a diciassette anni. I cinque anni che seguirono la maturità furono «il mio motore romanzesco», disse Modiano alla rivista francese Les Inrockuptibles nel 2012. Estraniato dalla famiglia, vagò per Parigi vendendo libri per ricavarne denaro; imparò a imitare la calligrafia di scrittori celebri quali Paul Valéry e Alain Robbe-Grillet e falsificò dediche di inizio libro. «Era un periodo bizzarro, caotico» disse Modiano. La disastrosa guerra d’Algeria, che si era estesa per quasi tutto un decennio, era appena finita. Si trattò, per Modiano, di «un periodo di strani incontri con persone più grandi, che instillarono in me la sensazione di un pericolo costante».

Come i figli della mezzanotte di Rushdie, gli europei nati nel 1945 condividono una certa condizione liminale. Evitarono la minaccia, ma non la macchia, della guerra. Nacquero in libertà ma furono concepiti nel caos; crebbero guardandosi alle spalle. Nel 1969 Anselm Kiefer, che nacque due mesi prima di Modiano, produsse Occupations, una serie di fotografie che lo ritraggono in posa in diversi luoghi di Italia, Svizzera e Francia con il braccio alzato in uno spettrale saluto nazista. Kiefer, un tedesco, si trovava sulle scene del crimine spacciandosi per il criminale. Non voleva, secondo le sue parole, scoprire «se fossi un nazista, ma se lo sarei stato». Il primo romanzo di Modiano, pubblicato l’anno prima di Occupations, riguarda una simile sorta di proiezione nel passato cui era sfuggito per poco. Ambientato nel 1942 in una fantasmagorica Parigi (Proust, Freud, Hitler e Dreyfus compaiono tutti), si intitola La place de l’etoile – un riferimento alla rotonda in cima agli Champs Elysées che circonda l’Arc de Triomphe, ma anche alla stella di feltro giallo portata dagli ebrei durante l’occupazione tedesca.

La place de l’étoile comparve in un momento in cui il principio chiave dell’identità francese del dopoguerra – «il mito della Francia come nazione di resistenti», come l’ha descritta la scrittrice francese Clémence Boulouque quando l’ho chiamata per discutere della vittoria di Modiano – stava iniziando a crollare. (Il libro fu pubblicato nel maggio 1968, lo stesso mese in cui scoppiarono le celebri proteste studentesche a Parigi; il generale de Gaulle, Presidente della Repubblica e simbolo vivente dell’eroismo francese durante la guerra, si rifugiò in una base militare in Germania in attesa che le acque si calmassero.) Modiano conobbe la sporca verità in prima persona. Il padre si era rifiutato di portare la stella e non si era presentato quando gli ebrei di Parigi furono radunati per la deportazione nei campi di concentramento; trascorse la guerra facendo affari con il mercato nero e frequentando la Gestapo appostata in Rue Lauriston. Boulouque, che attualmente è una ricercatrice in studi ebraici presso la University of Pennsylvania, mi ha detto che nei suoi circa quaranta romanzi Modiano è tornato più e più volte sugli stessi temi: il richiamo del passato, la minaccia della sparizione, l’offuscamento dei confini morali, «il lato oscuro dell’anima». Modiano, mi ha detto, crede che «il romanziere abbia il dovere etico di registrare le tracce di chi è svanito, di chi è stato fatto sparire». Non sarà sfuggito all’attenzione del comitato del Nobel che la vittoria di Modiano arriva in un momento in cui l’antisemitismo in Francia è in aumento, così come l’emigrazione degli ebrei francesi verso Israele. La paura che gli ebrei francesi non siano al sicuro nella loro terra, che la cultura ebraica francese possa scomparire, è ancora una volta palpabile, e reale.

Boulouque scrisse una tesi universitaria su Modiano, e lui in seguito la aiutò a pubblicare il suo primo libro. Lei lo considera il più grande scrittore francese vivente. «Sono contentissima» ha detto. «Ho pianto dalla gioia».

Anche in Francia la reazione è stata ampiamente celebrativa. Il Paese ha un certo feeling con il Nobel; Modiano è il quindicesimo francese premiato per la letteratura, ma dopo la vittoria di Le Clézio nel 2008 la possibilità di un altro trionfo in breve tempo sembrava una prospettiva remota. Dal punto di vista stilistico, Modiano è senza dubbio francese; in un’e-mail Josyane Savigneau, di Le Monde, ha definito la sua scrittura «delicata, sottile, compassata», e ha lodato l’uomo stesso in quanto discreto e generoso, slegato dalla sua fama letteraria. «Non crea sinfonie né opere» ha scritto, «ma è un eccellente pianista».

In ogni caso, per quanto lieta fosse nel vedere il Nobel andare a Modiano, Savigneau si è detta «indignata, ancora una volta, nel vederli ignorare Roth». È lecito dire che non è affatto l’unica. Congratulazioni a Patrick Modiano, e ai traduttori che a breve potrebbero ricevere lauti compensi per rendere molte delle sue opere in inglese. Ma, come si suol dire a Newark (paese natale di Roth, n.d.t.), ci si vede l’anno prossimo a Stoccolma.

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Alexandra Schwartz, «Patrick Modiano’s Postwar World», The New Yorker, 9 ottobre 2014

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