Come non organizzare uno stato

Ah, il Belgio. Terra di cioccolato, putti urinanti e patatine fritte (credetemi, non vivete appieno le Fiandre fino a quando, con la fame chimica che vi divora l’anima, non vi trovate a fare la fila davanti a un frituur nel cuore della notte). Terra di scontri ideologici e linguistici (credetemi, il bilinguismo di Bruxelles è pura ipocrisia). Terra, da qualche tempo a questa parte, di governi ballerini ed elezioni anticipate.

Breve introduzione. Per chi non lo sapesse il Belgio è uno stato federale. «Come gli Stati Uniti», direte voi. Non proprio: agli USA manca il re, che attualmente si chiama Filippo (Philippe per i valloni, Filip per i fiamminghi). Ordunque, il Belgio è una monarchia parlamentare e uno stato federale. A comporre lo stato federale sono tre regioni: le Fiandre (nord, lingua olandese), la Vallonia (sud, lingua francese) e, dal 1989, la regione di Bruxelles-Capitale (geograficamente incastrata nelle Fiandre, linguisticamente a netta maggioranza francofona). Fiandre e Vallonia sono divise a loro volta in cinque province ciascuna, ogni provincia è divisa in circondari amministrativi, ogni circondario amministrativo è diviso in comuni. Questo dal punto di vista politico. Se si parla di storia, cultura e lingua, tocca prendere in considerazione anche la comunità germanofona (854 km², circa 75mila abitanti), che però a livello politico fa parte della Vallonia.

Se non ci state capendo niente, vuol dire che cominciate a sentirvi un po’ belgi.

Considerata l’intricata struttura politico-amministrativa del Paese, non c’è da stupirsi quando si scopre che al momento non esiste nessun partito politico nazionale. Ci sono i socialisti fiamminghi e i socialisti valloni e i socialisti germanofoni, i centristi fiamminghi e i centristi valloni e i centristi germanofoni, i liberali fiamminghi e i liberali… ok, ci siamo capiti. Alle elezioni nazionali (pardon, federali) i partiti superano raramente il 20%, quindi ogni volta tocca avviare un estenuante processo di colloqui, trattative e inciuci per mettere insieme una coalizione in grado di guidare il Paese.

Di qui la recente propensione belga a stabilire record di durata senza un primo ministro.

Nelle elezioni del 10 giugno 2007 prevalgono i democristiani fiamminghi (CD&V) alleati agli indipendentisti della Nuova Alleanza Fiamminga (N-VA), che insieme ottengono 30 seggi alla camera (su 150) e 9 in senato (su 40). Seguono i liberali valloni (MR), i socialisti valloni (PS) e i liberali fiamminghi (Open Vld). L’11 giugno il premier precedente, Guy Verhofstadt (lo stesso Verhofstadt che si è recentemente candidato come presidente della Commissione Europea), rassegna le dimissioni. Partono le trattative, ma di trovare un accordo non se ne parla. Dopo 194 giorni senza governo, il 19 dicembre 2007 è lo stesso Verhofstadt a ridiventare primo ministro (ad interim). Il governo “ufficiale” si installa solo il 20 marzo 2008 ed è guidato da Yves Leterme (CD&V).

Peccato che Leterme sia costretto a rassegnare le dimissioni già a dicembre. Perché sì, ok, è bello avere una struttura politica incomprensibilmente complicata, ma è ancora più bello aggiungerci qualche bello scandalo giudiziario vecchia maniera. Il governo Leterme è sospettato di aver esercitato pressioni sugli organi giudiziari in merito alla vendita della banca Fortis, sull’orlo del fallimento, al gruppo BNP Paribas.

Chi sostituisce Leterme? Un altro volto noto del panorama politico europeo, Herman Van Rompuy, altresì noto come «quel tizio dell’Unione Europea dal cognome impronunciabile». Insediatosi il 30 dicembre 2008, Van Rompuy è tuttavia costretto a dimettersi dopo nemmeno un anno, poiché accetta la nomina a presidente del Consiglio Europeo, carica che ricopre tuttora. Ecco allora che Leterme torna al potere il 25 novembre 2009.

Segue quindi un periodo di stabilità caos totale. Nell’aprile 2010 Leterme deve rassegnare di nuovo le dimissioni, a giugno arrivano le elezioni anticipate. Ancora una volta si affermano gli indipendentisti della N-VA (27 seggi alla camera, questa volta in solitaria), seguiti a ruota dai socialisti valloni (26 seggi). Il re prende da parte quel panzone di Bart De Wever, leader della N-VA, e gli dice: «Senti un po’, vedi se riesci a mettere assieme una coalizione». Il problema è che De Wever deve mettere assieme una coalizione tra valloni e fiamminghi quando tutti sanno che lui è il primo a volere la fine del sistema federale. Chissà perché, i suoi tentativi di accordo con gli altri partiti non vanno a buon fine.

Ecco allora che si intrufola, come solo un immigrato italiano sa fare, Elio Di Rupo, leader del PS. È lui l’uomo chiamato a intrallazzare con partiti di ogni tipo pur di far uscire il Belgio da una fase di stallo apparentemente infinita. Così, dopo aver battuto ogni record negativo, il Paese torna ad avere un governo il 6 dicembre 2011, a 541 giorni di distanza dalle elezioni. Ma la cosa straordinaria è che, dopo quasi due anni di trattative, ben 10 ministri del nuovo esecutivo sono gli stessi dell’ultimo mandato di Leterme.

Ed ecco che arriviamo al 2014. Dopo tre anni più o meno stabili, arrivano le nuove elezioni. Il popolo belga torna alle urne il 25 maggio e, ancora una volta, a vincere sono gli indipendentisti fiamminghi del non-più-panzone De Wever (33 seggi alla camera), più lontano il PS di Di Rupo (23 seggi). Segue la consueta, logorante fase di trattative: anche questa volta si superano i 130 giorni senza governo. Ma ecco che ieri, 7 ottobre, è stato trovato un accordo. La coalizione di governo sarà composta dai conservatori della N-VA, dai liberali fiamminghi e valloni, rispettivamente di Open Vld e MR, e dal partito democristiano fiammingo, CD&V.

La nuova coalizione di governo è già stata ribattezzata svedese, perché i partiti “formano” la bandiera dello stato scandinavo: la N-VA porta il giallo, i liberali l’azzurro e i democristiani ci mettono, letteralmente, una croce sopra. Al 99% il prossimo primo ministro sarà Charles Michel, leader dei liberali valloni. Ma considerati i precedenti della politica belga, forse è meglio non scommetterci.

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